Ella sentiva desiderio di finirla e non voleva morire, eran due forze che si combattevano in lei stessa, due tendenze in continua lotta che le tormentavano il cervello esausto di già per le precedenti scosse continuate. Tre giorni, dal momento in cui il padre la trascinò pei capelli fuori dalla porta, tre giorni in cui tutte le sofferenze eran passate ad una, ad una, come goccie di fuoco sull’anima sua.

Un calvario tristissimo e infinito, una via di rovi e di fiamme, un patimento lento ed atroce, un avvio verso una tenebra senza confini. Si sentiva rabbrividire e stringeva il suo bambino al seno e lo cullava baciandolo perchè non piangesse, perchè nel sonno trovasse alfine un po’ di calma.

Una volta aveva incontrato una frotta di monelli che si eran fermati con curiosità a vederla passare; poi s’era imbattuta in Vanna, la sua migliore amica, che non la guardò neppure. Un uomo solo, verso il meriggio, osò fermarla e le fece proposte d’amore.

E andava, sempre, senza una meta, cercando, aspettando in una incoscienza completa dell’avvenire, con una speranza vaga in fondo al cuore.

A volte si addormentava stanca ad un’ombra, le sue belle guancie si erano disfatte, infossate, erano pallide, livide; le labbra, un tempo sottili e graziose, eran secche ed esangui, gli occhi solo eran vivi ancora sotto la fronte bianca, una pallida fronte di martire.

In pochi mesi s’era invecchiata di anni, ma i suoi capelli stavano ancora come un cespo di capreoli selvaggi.

— S’egli mi vedesse, pensava, s’egli tornasse ad amarmi! Ora sono brutta e non mi vorrebbe più.

Poi si rivolgeva al bimbo.

— Tu sì, tu mi vorrai, amor mio, mio bene! e lo baciava piangendo.

Poi che Mariangela le ebbe rifiutato il pane era il mattino del terzo giorno e non aveva mangiato da ventiquattro ore, proseguì la via, tentò altri luoghi.