Accesi la lampada, ella raccolse il mio pensiero, ma non seppi studiare.
La vecchia pendola degli antenati, stridendo rugginosa e grave segnò fatalmente le ore. Udii il suono di brevi metalli, un suono metodico ed eguale, indifferente e cinico, ogni ora ebbe la sua parola, mi parve di soffocare. Nella stanza, cosa pensava, cosa faceva il nonno?
Ad un tratto udii un rumore indistinto, un suono di parole che ben non compresi, poi una nuova pausa, un silenzio, finchè mi parve che qualcosa cadesse al suolo pesantemente.
Mi precipitai nella stanza. Vidi il nonno giacere disteso presso al camino ove ardeva ancora, torcendosi fra le fiamme, un gran fascio di carte. Lo sollevai, lo distesi sul letto, non prese vita se non molte ore dopo. Quando riaperse gli occhi sorrideva.
— Muoio — mi disse. E alla mattina egli era disteso come un santo con le mani incrociate sul petto.
Ora io voglio per la riconoscenza mia, raccogliere alcuno fra i suoi pensieri; li porgo come un frutto sano, maturato in solitudine, nel ramo più isolato fra i mille.
Disse il sapiente de’ campi:
— Pota le viti a tempo e tu avrai, nell’autunno, ricco di grappoli il filare. Chè chi non ebbe il pennato atto a sacrificare e non legò fascine di sarmenti, vide ampia messe di foglie e non raccolse frutti.
Così nel grano. L’occhio tuo potrebbe essere allettato da qualche fiore di viva fiamma; estirpalo ch’egli è nocivo. Tu vedrai intorno a lui le spiche chinarsi malate.