Era un mio vecchio parente, un adorato fra i miei cari.
Ricordo quella fine d’ottobre. L’annuncio del sonno invernale era nella luce, nelle cose; il freddo irrigidiva le ultime foglie, v’eran dei rami protesi con qualche sembianza di vita ancora; nei mattini freddi passavan grandi colonie di uccelli migratori. Borea persisteva dalle lontane paludi, dai mari lontani.
Il mio vecchio stava assai muto, come presentisse in sè qualche disfacimento, da qualche giorno non sorrideva, con gli occhi bassi pareva concentrato in un gran dolore. Una volta sola l’udii dire:
— Perchè mi tormenti?
Poi sentii singhiozzare, ma non ebbi il cuore di socchiuder l’uscio e chiedergli la cagione del suo pianto. Forse gli avrei dato maggior dolore obbligandolo ad una confessione; in certi giorni amava d’esser solo e non viveva se non del suo spirito.
L’udii singhiozzare, volgeva un crepuscolo serale, i miei vetri s’erano accesi, sul mio tavolo i libri pareva si animassero in quella luce. Supposi ch’egli non potesse aver lagrime perchè era rude il singhiozzo ed aspro.
Aspettai, volli tacere, me lo imposi, egli si sarebbe calmato. Ma quel lamento di singhiozzo pareva desse flutti di sangue ed io vidi il nonno, in quel crepuscolo triste, morire. La visione si presentò animata di quel fuoco del cielo e l’oppressione mi vinse sicchè gridai:
— Nonno, nonno, perchè piangi?
Ancora udii qualche singhiozzo poi si tacque. Sotto la sua volontà aveva soggiogato il suo dolore.
Passò il crepuscolo, si morì tra le ultime rame degli alberi, vidi il cielo frastagliarsi come per braccia tese, poi la luce si estinse, si chiusero i limiti degli orizzonti e la notte illune stette nel brillare di lontanissimi soli innumerevoli: ebbi un senso d’isolamento, mi parve che il nostro pianeta precipitasse, nell’oscura eternità, verso una morte improvvisa.