Come tutte le cose, prese la vendetta nella sua mente, un aspetto sacro. I Lari si eran macchiati di una colpa, non uno d’essi, ma tutta la famiglia, il sangue versato sarebbe su loro ricaduto stilla a stilla, fiamma e castigo.
E ciò non doveva l’uomo, ma Iddio. Iddio, per lui, era lo spazio e la forza. Si agitava nello spazio qualcosa di grande ch’egli non concepiva se non come un mistero sotto al quale conveniva curvare il capo in umiltà. Egli aveva nei ricordi un Dio quasi imposto da una comune credenza; ora la sua vita, l’osservazione, il pensare, ne avevan creato un altro vastissimo, informe e di straordinaria potenza.
Forse era il sole, forse la tempesta e la tenebra, o tutto ciò sintetizzato in semplice fede. Aveva osservato la nascita e la morte, gl’inverni e le primavere e il sole continuamente baciare per due volte l’orizzonte: così dal seminato verzicava il grano e cresceva biondeggiando e mani abbronzate recidevano spiche; così uomini curvi incitavan buoi tracciando le porche, mentre ridevano ancora nell’aia moggia di grano bene auguranti al sole.
Tutto ciò in vicenda continua; come ugualmente scendea la nevicata, o la tempesta gridava negli abissi dei cieli.
Egli non comprese l’Iddio fra i ceri, ma si curvò adorando l’Iddio che lo ammoniva nello schianto del fulmine; e nella certezza del suo amore, della reverenza per questa forza, ne aspettava (e qui le ataviche tendenze riprendevan vigore) una ricompensa. Questo Iddio gli avrebbe dato l’occasione della vendetta completa, egli solo, non altri.
E attese con sicurezza l’avvenimento.
Pertanto la sua vita riprese apparentemente il solito andare. Disimpegnò le occupazioni usuali, ebbe cura dell’argine del fiume e guardò la pineta.
Visse per un pensiero non tormentoso, ma placido e severo; se il rettile ingoiava la rana, il corvo spezzava il rettile; vi era un punto di partenza innocente e un fine di vendetta forse inconscia, ma compensatrice.
La sua morale sorgente dall’osservazione dei fatti naturali e da un substrato antico al quale ubbidiva come automa, per inconsapevole azione derivata dai padri, era, come il suo carattere, di una maravigliosa semplicità.
Egli aveva sentito nulla la sua individualità, ubbidire era stato il suo verbo, sempre, ora sentiva di dover ubbidire a un comando, a un dovere.