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Quando socchiuse l’uscio della capanna, quella sera, fu colpito dallo stridore lento e continuo dei cardini rugginosi, era quello il saluto della vecchia casa, l’unica voce di vita nel tugurio. Parve che la breve capanna palpitasse in quel saluto serale.

Dacchè il desco era deserto dall’ombra cara, egli non vi s’era assiso mai più. Due coperti stavan sempre sul desco; una notte di Natale apparecchiò così, sperando che l’ombra tornasse e un gran ceppo arse nel focolare, mettendo molti bagliori nella stanza e molte ombre. Attese, senza sonno, fino al mattino, finchè l’ultima fiamma crepitò violetta, presso l’alare. Ora sperò ancora nel ritorno. Sentì fluire nell’anima come una corrente di fiori, da una tenebra subitamente aperta, da uno spazio infinitamente oscuro, tenuissima trama di corolle.

Rivide ondulare due frasche e una lieve voce sussurrò: — Viola.

Non ebbe stupore di questa sua improvvisa tenerezza, perchè sentiva nell’anima tutto un desiderio veemente di amare; perchè quella sua solitudine troppo aspra l’avrebbe forse ucciso prima dell’avvenimento supremo. Poi quegli occhi di bambina semplici e interrogativi eran nella sua memoria, come se in altri tempi, lo avesser fissato allo stesso modo.

Stette ad ascoltare il forte ritmo della sua vita e socchiuse gli occhi nella visione di Viola.

Ella mise le mani sulle palpebre pese, come se dalla corrente di fiori si fosser levate due corolle a dargli nel sonno una piccola ombra buona.

Seguì qualche giorno in cui non la rivide, poi un mattino udì una voce chiamare:

— Bosso? Bosso?

Viola veniva correndo dal sentiero.