L’altro tendendo la mano ubbidì.

Quando Bosso fu per curvarsi, un baleno di tutto il cielo illuminò la scena. Si videro allora le acque giallastre precipitare verso un abisso turbinosamente e si vider passare ombre di pagliai e fasci di legna. Forse qualche vittima umana gettò un grido uscendo da un vortice, un attimo, lo spazio di un grido.

L’argine si scolpì linea nera e diritta; su di esso, come intagliati in un metallo ardente, furono i buoi, l’aratro, l’ombra di Bosso.

Poi Bosso gridò:

— Avanti.

Maso punzecchiò i buoi. Questi scossero la coda come in atto d’intesa e ripreser l’andare. Curvo sul timone dell’aratro, Bosso camminò nel solco profondo. La terra si alzava invano.

— Maso è fatica inutile.

L’altro per tutta risposta incitò i buoi che presero un andare più sollecito. Ma poi una scossa violenta fece tremare l’argine, il fragore delle acque moltiplicò. I buoi si arrestarono ad un tratto rizzando le orecchie e di lontano un corno vibrò, disperato avviso, lungamente nell’aria.

Maso si volse, stette come perplesso un istante, poi, ripetendo il corno l’avviso tetro, posò il fucile e si lanciò di corsa nella tenebra.

— È la rovina! È la rovina!