Bosso intese un rumore sordo e lontano e vide l’acqua diminuire come a maraviglia. Il dubbio ricomparve in lui, tendendo le scarne mani. Sentì una improvvisa volontà di precipitarsi nella voragine. Se aveva sperato per lunghi anni, se aveva atteso con rassegnazione e convincimento e protratta la sua vita, era stato per l’unico scopo che ora si dileguava. Adunque quella sua giustizia ferrea, meditata, era sogno? Anch’egli era giuoco di un destino sconosciuto?

Fu un attimo intenso di dissolvimento.

Sentì l’umiliazione di tutto, l’essere suo parve disperdersi in un’ironia; egli si sentì vittima, si vide distruggere dalla stessa forza che aveva adorato. Uno strano stupore l’assalì e una tristezza paurosa.

Colpito nella sua fede, il gigante sentiva il fulcro del suo pensiero dissolversi. Era un atomo in una valanga, una pagliuzza in un turbine; se una mano si levava a colpire, egli, atomo impotente, doveva averne tutta la sofferenza, tutto il martirio, e nessuna volontà era possibile.

Per una via da compire il dolore a compagno, questa era una legge.

Una voce derisoria gli parlò, mille tentacoli lo presero, lo avvolsero dilaniando.

Ma la parola di un morto egli udì, una parola lontana come da un mattino perduto.

— Babbo? Babbo?

La fiumana precipitava vorticosamente, gli parve che seguendo quella via avrebbe raggiunto Daniele. Fece un passo verso le acque e nel frattempo udì un grido, una voce nota si elevò dal piano, poi un affannoso ritmo di parole e il capo di un uomo curvo sotto un peso, apparve.

Sentì uno schianto, i suoi muscoli tremarono improvvisamente di un gran tremito, tanto che per un attimo credette di piombare disteso in una morte terribile. Ma poi da ignote scaturigini sorsero una forza e un volere portentosi.