— Addio.

E via come un serpentello, guizzando.

Non rubò una volta; questa la ragione per cui fu invitato talora a dividere un pasto sotto ad un olmo. Egli mangiò appena, rise e fuggì.

Era bello e qualche occhio sorridente lo accarezzò, ma egli non se ne accorse. La tenerezza per lui l’avevano i pini l’avevan le siepi che gli porgevan le bacche rosse e saporose.

L’autunno e l’inverno furono le epoche più stentate, veniva il freddo e le frutta non c’erano, le pine sì, ma quelle non erano sufficienti.

Imparò a intrecciare i giunchi, così ebbe il vitto e la veste. Risolto il problema, gioì della vita. E crebbe e divenne uomo; l’anima sua si completò di un senso più maturo.

Una sera vide passare una coppia d’amanti e ne sentì invidia; il perchè non seppe, era così per un desiderio di carezze.

Cominciò a pensare, a pensare, a pensare e qualche volta s’accorse di non poter ridere come prima. Sentì a volte un non so chè, come se fosse stato stregato; egli non ci credeva alle streghe, però una sera incise una croce sulla scorza di un pino. E sempre più, sempre più cresceva l’incantesimo di quell’ignoto desiderio. Sul tramonto, sospiravan canzoni, passavan fanciulle ridendo, fiorenti ne’ primi inviti d’amore, ma egli le schivò per un senso di selvatichezza.

Un giorno nella pineta incontrò Francesca. Veniva ella fra sole e sole, illuminandosi come di carezze fra i chiari tronchi, era scalza ed aveva nel grembo un fascio d’erbe aromatiche. Un’esile figura silvestre pura e serena come l’arco dell’alba, con due occhi chiari, azzurri e buoni di una bontà di sogno.

Miseria sentì tutte le vene pulsare veementi. Erano soli, le chiese: