— Non lo so.

Poi stanco fuggiva, ridendo sempre. Aveva dei denti come latte ed era bello.

La pineta fu tutta sua, la conosceva a meraviglia; non vi era cima che non avesse esplorata. Leggero e snello saliva fino alle rame più sottili e più alte e di lassù vedeva la palude e talvolta i monti lontanissimi. C’era sempre il sole lassù, gli parea d’aver volato, e cantava, cantava con una grande ebbrezza mattutina. Chiaro come acque sorgive, giocondo come aurore.

Fece commercio di nidi. Visse tutta la primavera e parte dell’estate così; quando non ci furon più nidi era l’epoca delle frutta.

A volte morse anche un pane che gli venne regalato, ma preferiva le frutta e l’acqua. Non ebbe amici, amò se stesso, la natura e la libertà.

Dove avrebbe dormito la notte? Non sapeva, ma la terra era grande e vi era spazio anche per lui.

Preferì i fienili, vi saliva silenzioso quando i contadini dormivano e partiva all’alba, prima ch’essi scendessero a munger le vacche.

Lo conoscevan tutti e nessuno se ne curava. Miseria era come un passero che abbia il nido vicino ai pagliai.

Passava attraverso i solchi e i contadini aravano:

— Addio Miseria.