— Ma di quale bestia?
— Quella là. —
Il servo guarda e ride.
— Non vedete che è morta?
— È morta?!
La cosa li rassicura e si fanno innanzi; ma perchè dunque, se è morta, li guarda con quegli occhi così larghi e tiene la bocca aperta?
— È una pelle di tigre — ripete il servo sollevando e lasciando cadere lo spauracchio disteso ai piedi di un divano. I marmocchi cominciano a convincersi, però passano a rispettosa distanza sbirciando.
Ed eccoli su la soglia della sala degli arazzi dove sono adunati i loro compagni. Mio Dio, il paradiso non potrebbe essere più grande e più bello. Fra poco si faranno cuore; il suono del pianoforte li rianima.
Rando indossa l’eterno gonnellino rosso e non ha che due varianti al consueto abbigliamento: le scarpette di vitello adorne su la punta da una breve lamina di ottone, e il suo vecchio cappellino che, per l’occasione, è stato rivestito da una bella ghirlanda di rosoni di carta.
Celestina ha una veste di bordatino, la quale comincia a gonfiarsi sotto le ascelle e sempre più si gonfia discendendo, fino a raggiungere, al termine, una inverosimile ampiezza. Il corpicciolo della bimba scompare entro il paltoncino decorativo di cui l’hanno rivestito. Per compiere la linea di eleganza le hanno cucito sotto alle spalle un grande nastro di seta gialla che si innalza in due turgidi sboffi e ricade in due code rigidamente fino all’altezza dei calcagni. Celestina si crede molto bella, e si pavoneggia nella sua veste rigida e solenne. I suoi poveri capelli rialzati sulla fronte e su le tempie sono costretti su la nuca in una trecciolina contorta; così per ottenere l’intento di non essere mai spettinata pare un piccolo topo uscito da un bagno d’olio.