Il posto è stato assegnato in precedenza, e tanti cartellini disposti lungo la tavola portano scritto il nome dei singoli convitati, ma non tutti sanno leggere e il giusto analfabetismo fa nascere una vera confusione per sedar la quale è necessario l’intervento delle persone grandi.

Un poco d’ordine è ristabilito ma molto relativo, perchè bisogna far venire un cumulo di cuscini per coloro i quali, benchè siano seduti, non arrivano alla tavola neppure col naso. Rando e Celestina sono fra questi ultimi; essi avrebbero risolto il problema inginocchiandosi su la seggiola, ma un cameriere sopraggiunto li aggiusta su due cuscini che alzano il loro livello di qualche centimetro. Quantunque la loro posizione non sia invidiabile, ora potranno destreggiarsi e adoperare il cucchiaio senza il pericolo di versarsi la minestra sul capo.

Tanto per cominciare, Rando, che ha perduto ormai ogni ritegno, comincia a battere le posate sui piatti come è sua consuetudine e ciò fa per indicare il suo considerevole appetito e la volontà di soddisfarlo prestamente.

Ninì, che gli è seduto di rimpetto, lo guarda un poco, e poi gli grida:

— Quando mi avrai rompati tutti i piatti me lo dirai, pistòla! —

Pistòla è la interiezione favorita di Ninì, è il gaio insulto di dubbio significato ch’egli lancia a dritto o a torto, ogni qual volta se ne presenti l’occasione.

Rando non si mostra turbato per così poco, e continua la sua faccenda mentre Miranda, che gli siede a destra, spiega con molto sussiego il tovagliolo, se lo dispone su le ginocchia accuratamente, e, compìto l’atto preliminare, appoggia appena i polsi su l’angolo della tavola e attende, tutta seria e stecchita come una signora che sa il fatto suo e ci tiene e non ammette strappi all’osservanza delle convenienze.