Il sole tocca il meriggio; dalle finestre aperte entra una luce calda e festante, e le vesti e i capelli dei bimbi e i fiori, i vasellami, ogni cosa che riluca se ne accende.

Ad un tratto i camerieri entrano con le prime portate e servono i convitati cominciando dai due punti estremi della tavola; Ninì si trova al centro della tavola; per qualche tempo ha pazienza ma quando vede che i camerieri si allontanano senza averlo servito grida con un atteggiamento comicissimo:

Briscola! Che cosa devo mangiare io? La tovaglia? —

Dopo non molto segue la prima pausa del desinare. Nessuno più pronunzia una parola; per qualche minuto non si ode altro suono se non quello dei bicchieri e delle posate. Solo uno tra i tanti, il maggiore, colui che pur non essendo ancora uomo non è più bimbo, Lionello, mangia appena e a malincuore; il cibo gli ripugna per l’ansietà costante che lo accora.

Anatroccolo per non sembrare villano, mangia a fior di labbro benchè la fame, sua fedelissima amica, lo spingerebbe ad affrettarsi; Rando si passa le posate da una mano all’altra non conoscendone il perfetto uso, e Ciuffolo, per non perdersi d’animo, prende con le dita i pezzetti di pane abbrustolito che navigano nel brodo.

Trascorsi i primi minuti la gaia tavolata si ridesta più vispa che mai; tutti quei capi biondi e bruni si muovono, si agitano incompostamente. Il vivacissimo cicaleccio ricomincia, e continua per tutto il desinare.

Alla zuppa santè, al fritto composto alla bolognese e ad un timballo di piccioni, segue un piatto di sparagi al burro. La cosa è novissima per la maggior parte dei convitati e alquanto imbarazzante. Non sanno da qual parte incominciare se dal bianco o dal verde; Anatroccolo, per non sbagliare, mangia tutto con somma compostezza; Rando e Celestina guardano ai loro sparagi con occhi scrutatori e non sanno decidersi a mangiare quegli affari bianchi e verdi che sembrano tanti birilli da giuocare a bocce; Ninì dopo essersi affaticato inutilmente per più di un minuto, tentando di infilare nella forchetta la punta di uno sparagio, giunto al colmo dell’irritazione si rivolge a un cameriere che passa e gli grida:

— Porta via questa roba! —

L’educazione molto sommaria di Ninì stupirebbe senz’altro Dorry e Fauvette, se esse intendessero la lingua parlata dall’edificante marmocchio.

Al gelato di fragole, ogni convitato ha una piccola coppa di champagne. Toti prega Ninì di fare un brindisi. Il piccolo giullare che è già in via di eccitamento si rizza su la sua seggiola e comincia a parlare e a parlare, mescolando gl’insegnamenti delle suore con pensieri suoi in un pandemonio di frasi spropositate che accresce il buon umore degli ascoltatori.