C’è chi ritorna da lontano e va per la strada silenziosamente con le sue bisacce su le spalle; c’è chi pensa all’amore e stornella dai grandi olmi; qualcuno empie un sacco delle verdi foglie degli olmi per apprestare il cibo ai buoi, mentre vede un’aia remota, una finestra fiorita di garofani, un luminoso sorriso di occhi belli. Ed è come sempre, quando il sole muore nel gran sereno dell’aria, come sempre: dalla terra si leva un dolcissimo saluto che lo segue oltre ai piani, oltre ai mari, nel paese lontano lontano lontano che solo le fiabe sanno.
Ogni casa getta il suo lieve alito di fumo dalla fiammata d’oro che è tutto il suo cuore. Qualche bimbo siede su la soglia erbosa ad attendere coloro che stanno per tornare, e qualche fanciulla si fa sul limitare dell’aia, a guardare il cielo che tutto si arrossa.
Arabella ha intrecciata fra i capelli una ciocca di fiori di biancospino, l’ha raccolta mentre andava al pozzo; è l’unico adornamento che le sia concesso. Ella prosegue per la viottola tortuosa, nascosta fra due siepi altissime e ascolta i tenui suoni delle campane che giungono, per lei, da misteriose lontananze, da paesi di felicità, dove si può cantare, dove si può riposare.
Arabella ha intrecciato fra i capelli una ciocca di fiori di biancospino. (pag. 162)
La viottola è già nella penombra, vi trascorrono i passeri da siepe a siepe in rapidi frulli; tutto un ricamo di luci si intravede a volte fra le rame molto spesse; pare un drappo di seta, di ricca seta trapunta d’oro e constellata di tante gemme quante ne ha il cielo crepuscolare. Le allodole volano sui grani, cercano il loro nido; ma non cantano; tutt’al più hanno un gorgheggio sommesso, si chiamano a vicenda, si raccolgono per riposare sotto le stelle nella fittissima selva dei grani.
— Arabella?
— Vengo.
— Spicciati, chè ti aspettiamo. —