Non risponde, cerca di affrettare il passo ma il peso della secchia è soverchio ed ella è esile come un vimine; se passasse Zulù potrebbe aiutarla. Chi sa mai dove sarà, a quell’ora, il fanciullo dalla chioma leonina.

Non ricorda quante volte sia andata al pozzo in quel giorno ad attingere l’acqua. Il tragitto è lungo e la secchia troppo pesante; ella ne ha le braccia rotte ma non può lamentarsi, perchè mamma Tuda ride della debolezza di lei e la canzona, e le dice che quando ella aveva dieci anni, anche se faticava tutto il giorno, la sera aveva ancora in mente i giuochi e le corse e andava ai convegni con le compagne e, di primavera, al tempo del plenilunio, ballava finchè le stelle non erano al colmo del loro viaggio. Dormiva appena e sorgeva col sole, più forte, più allegra che mai. Arabella doveva vincere la pigrizia e piegarsi alla fatica per divenir forte, altrimenti il minimo male l’avrebbe fatta morire.

Arabella sorride, pensando che non tutti nascono uguali e non tutti possono battere le stesse vie; ciò che per uno è facile riesce impossibile ad un altro. Mamma Tuda è una donna brutta e forte; pare tagliata con l’accétta da una ceppaia di quercia, tanto è nocchieruta. Non è cattiva; ma l’anima sua risponde al suo corpo: è dotata di una sensibilità limitatissima. Inoltre non sa persuadersi che gli altri non debbano fare ciò che ella ha fatto, e non per egoismo, ma per l’intima convinzione che debba giovare alla salute. Arabella vive con lei da cinque anni.

— Andiamo, dammi la secchia; non sarai morta, si spera.

— Pesa tanto, mamma Tuda!

— Dio! Sembrate nata da un grillo e da una formica! Dovreste correre, con un peso simile! Vedo già che non riuscirò ad ottenere nulla di buono da voi.

— Vi occorre altro, mamma Tuda? —

Mamma Tuda che stava per rientrare in casa si sofferma su la soglia e si volge a guardare la fanciulla:

— Come ti senti?

— Non c’è male.