— E null’altro?
— Null’altro, mamma Tuda.
— Va’, va’, non credere a tutte queste storie. Giovanni non sa che ingannare il prossimo. Già quando si deve morire si muore e non c’è medico che tenga. Dai retta a me, che sono ormai vecchia, e non ho avuto una sola volta la febbre in vita mia: non ti risparmiare, fatica quanto più puoi, non aver paura nè del caldo nè del freddo; nè del vento nè della tempesta; cammina diritta e allegra sempre, e se senti freddo corri, ma non rifugiarti in casa, vicino al fuoco, come un vecchio cane. E se il sole ti abbrucia, soffermati a un’ombra, ma non ti accasciare nel sonno e non dolerti. Gli alberi vivono cent’anni, mill’anni perchè stanno sempre sotto il cielo; noi moriamo giovani perchè abbiamo paura di tutto. Se il Signore ci ha messo quaggiù ed ha voluto l’inverno e l’estate, vuol dire che dobbiamo tollerarli in santa pace. Poi ascolta, bambina: se non avrai paura del sole e ti lascerai cuocere al suo fuoco tanto da diventar bruna e rossiccia come la buona terra, il grande inverno e il freddo rigidissimo non potranno farti alcun male perchè sarai come l’acciaio temprato; ma se vorrai essere bianca e ti farai schiava dell’ombra, allora crescerai come il grano che si fa nascere nelle cantine per adornarne i sepolcri. Un nulla potrà farti morire. —
Arabella ascolta senza fiatare. Gli occhi suoi grandi, cerchiati leggermente di azzurro, sono fissi su l’estrema luce solare.
— Ora ti senti molto stanca?
— No, mamma Tuda.
— Puoi andare alla Celletta e chiamar gli uomini perchè vengano a cena?
— Ci anderò.
— Brava, vinci la pigrizia, e la notte ti passerà come un sospiro, nel sonno. —
Mamma Tuda riprende la secchia che aveva posata sulla soglia dell’uscio e scompare nell’andito della vecchia casa. Arabella, raccolto da terra un vinciglio, si avvia al suo lungo cammino. Dalla prima aurora è in moto e vorrebbe vincersi e andar sempre con rinnovata lena come desidera mamma Tuda; ma sente che le forze vengono a mancarle.