La sua volontà è forte e la regge ancora e fa sì ch’ella prosegua a passo a passo verso la nuova mèta; se così non fosse, a quell’ora sarebbe già caduta per il grande abbandono della stanchezza. Una volta non soffriva tanto; solo da qualche tempo si sente finire. Le vecchie donne dicono che una triste malìa la trasfigura e l’uccide.
Era bruna dal sole e bella, vispa ed agile come una cerbiatta; ora ha fatto il colore delle piccole nubi mattutine e come quelle pare si disfaccia. La sua voce è anche più fioca, sì che si leva dolcissimamente velata e poco regge al canto.
L’allodola ferita che più non può tentare il gran volo risponde così, dai prati ove è caduta per non più levarsi, alle compagne che la chiamano nell’alto.
E Arabella era detta l’Allodola. Nessuno come lei sapeva trasfondere nel canto la pura freschezza della gioia sì nelle cantilene infantili come negli stornelli a distesa; era detta l’allodola bella, fra le compagne che la guardavano meravigliate sorridendo.
Ora non più. Le stelle che trascorrono nei cieli estivi non lasciano alcuna traccia nella tranquilla serenità.
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Dolcemente trascolorando, la luce del giorno è scomparsa. Dai campi dei Buva è sorta la grande spera lunare. Era ancora alto il crepuscolo quando la luna ha acceso un’aurora vermiglia dietro i lunghi rami dei salici, ed è sorta tutta ricinta da una grande corona di spine ai limiti dei campi, laggiù dove sorgono le case dei Buva. Poi si è fatta sempre più bianca quanto più si è avvicinata alle stelle. Ora ha preso il suo regno incontrastato.
Arabella cammina ancora; la Celletta è tuttavia lontana. Ella procede lentamente e batte il vinciglio su le prode dei fossi con gesto automatico.
Mamma Tuda dice che la stanchezza accresce l’appetito, ma Arabella non sente volontà di prender cibo; vorrebbe abbandonarsi su l’erba e chiudere gli occhi.
Gli usignoli non sono ancora partiti; ogni frutteto è cinto da una corona di nidi e sarebbe dolce rimanersene all’aperto sotto alle stelle, in quella solitudine. Il bel maggio impera; non fa più freddo, le notti sono tepide e tranquille; ma la gente dice che quando la luna si leva in quintadecima non bisogna dormire all’aperto.