Molti sono stati colti dal farnetico, chè han voluto beffarsi dell’insegnamento e rimanersene sui prati a dormire sotto l’influsso dell’astro malefico.

Ad un punto della via, Arabella ode un frastuono e si sofferma (pag. 173).

E Arabella prosegue. Le par di sognare i sogni incerti e dolenti che dà la febbre.

Ad un punto della via ode un frastuono e si sofferma. Oltre una siepe di canne vede, in un prato, un povero vecchio cane seduto verso la luna. Ha il muso levato al cielo e le orecchie raccolte in atto di spavento. Si distingue con chiarezza nell’alta luce lunare. È un cane malato che se ne va randagio pei campi perchè tutti lo scacciano; la sua malattia è la sua condanna estrema; fa schifo e gli uomini ch’egli adora lo accolgono a sassate. Va d’aia in aia, di casa in casa, scodinzolando umilmente; si avvicina con somma lentezza e striscia su la terra per dimostrare ch’egli è pronto anche a ricevere le busse purchè lo accolgano, e gli occhi, che hanno tanto di umano, si levano supplichevoli e dolci. Nessuno lo avverte dapprima; poi, quando lo hanno scorto, gli si avventano contro a minaccia. Deve fuggire. Si sofferma un poco più lungi a sogguardare la casa nemica e riprende la via annusando qua e là, in cerca di qualche rifiuto. I viandanti gli fanno la stessa accoglienza; un cane randagio porta scritta negli occhi, nell’incedere stesso, la sua sventura, si riconosce fra mille. Per salvarsi dalle pedate e dai sassi è costretto ad andarsene sotto alle siepi, e deve evitare i compagni suoi che sono molto più temibili degli uomini e, vedendolo ridotto in tale stato, incoraggiati dalla sua debolezza, lo finirebbero a morsi.

Fa pietà. Ha la testa smisuratamente grossa, le orecchie incartapecorite, il corpo ridotto quasi allo scheletro; trema tutto su le sue larghe zampe, e, rivolto alla luna, che pare abbia eletta a confidente di tutte le sue miserie, allungandosi quanto più può, fra pause pensose, lancia arditamente una serie di mugolii, di guaìti, di latrati i quali si ammorzano in languide cadenze o salgono a note superacute e laceranti.

Canta o piange? I monelli dicono ch’egli voglia imitare l’usignolo. Anche gli usignoli sentono il fàscino della luna piena e cantano a perdifiato tutta la notte; così fa il cane solingo: si confida, riversa l’esuberante piena de’ suoi sentimenti in seno alla bianca madonna notturna. Sempre solo, gli alberi lo ascoltano e gli alberi sono spettatori tranquilli che non sanno disapprovare.

È un crescendo spaventosamente appassionato. Dapprima il cantore fissa la luna; si irrigidisce, si concentra, pone l’anima sua in comunicazione con la pupilla aperta nei cieli. I grandi occhi sporgenti gli si inumidiscono sempre più; la piena sentimentale sta per isgorgare. E l’accenno, preludiante la sinfonia, si fa udire in un leggero guaìto che tremola come una fiammella al vento e si spenge ad un tratto. È la prova; la voce regge. Dopo una sosta segue un secondo accenno, poi un terzo, un quarto, e l’ansia, l’affannosa passione, il lacerante spasimo aumentano con l’aumentar della voce che non ha più legge, che non ha più le usuali tonalità e, in una disfrenata scorribanda, si libera al vento con una infinita varietà di gorgheggi, di vocalizzi, di salti prodigiosi, da note cavernose a note acutissime di trilli e di cadenze tragiche. La grande anima straziata si appalesa alla luna e non importa se quella musica barocca non giunge al nostro intendimento: è musica degna di un cane.

La povera bestia si è manifestata, ora trema e scuote la grossa testa.