— Riposati, riposati, e se Benedetto ti annoia, andremo un poco più lontano. Vuoi dormire? —
— Non ho sonno.
— Sono alla Celletta i figli di mamma Tuda? — le chiede Zulù.
— Sì.
— Allora aspettami; corro ad avvisarli perchè vadano a casa. Sarò qui fra pochi minuti; aspettami, torneremo insieme. —
Arabella gli sorride assentendo; Zulù si volge, prende lo slancio e si allontana a grandi balzi rapidamente.
Siedono un poco in disparte. Benedetto continua a narrare le avventure del reuccio; non si ode che la sua voce tranquilla, perchè gli ascoltatori non fiatano, respirano appena. Essi sono seduti sulla nuda terra come un gregge raccolto intorno al pastore che veglia. Nelle prossime case lucono le lampade dalle aperte finestre. La quercia, nella chiarezza plenilunare, si inargenta ai bordi, si trasfigura soavemente per il sogno delle piccole anime che accoglie. Le stelle pare si levino lontanamente dai prati tutti fioriti di ranuncoli d’oro. Arabella china il mento al seno; non sa e non può ascoltare. Ella è giunta senza che i compagni l’abbiano avvertita, solo due, fra i tanti, si sono levati ad incontrarla, quelli che più le son presso al cuore; gli altri, poichè ella tace, l’hanno dimenticata. Chi può ricordare tutte le luci stellari, tutti gli usignoli che giungono al tempo del sole nuovo? Una volta l’avrebbero udita di lontano e si sarebbero raccolti sulla sua via — ora non più, perchè la voce di lei non sa assorgere fremendo in un vasto impeto di gioia. I passeri si adunano su gli alberi fronzuti, folti, densi di fogliame, e gli alberi che han perduto il loro verde rimangon sempre deserti.
— Vuoi dormire? — le ripete Bocca-di-fiore.
Arabella scuote il capo negativamente.
— Guarda, puoi appoggiarti qui, sulle mie ginocchia, io non sono stanca. Canterò pian piano, perchè tu prenda sonno meglio.