Il giovedì è sacro all’estrema Tule; le scuole sono chiuse, e i compagni di Toti stanno in riposo tutto il giorno.
Passato il meriggio, convengono al ritrovo stabilito. Fra i più assidui sono Carciofo e Anatroccolo, i quali giungono di contrabbando passando per le scuderie.
Da qualche tempo, però, le imprese straordinarie non formano lo scopo di tali ritrovi; una sola cosa preoccupa i piccoli amici e li tiene in moto: il segreto di Suor Lucia.
Suor Lucia ha un segreto che l’accòra. La cosa li ha stupiti, perchè non potevano pensare che quella figura cerea, tutt’avvolta nello zendado nero, ingenua come i bimbi che le si cuciono alle gonne, potesse essere stata giovane ed aver avuto qualche avventura; non potevano supporre una Suor Lucia diversa da quella che vedevano sempre. Ella era nata così, col suo zendado nero, aveva trascorso i suoi lunghi anni a pregare e a sorvegliare i figli degli altri, rifacendo sempre la stessa via, soffermandosi agli stessi luoghi, entrando nelle stesse chiese; così, senza mai mutamento, fin dal primo giorno che il Signore l’aveva mandata al mondo perchè avesse cura dei monelli. Per la sua coorte Suor Lucia era come le vecchie chiese che sono esistite sempre e nessuno le ha create e non moriranno mai.
Era sola, non aveva famiglia, viveva una vita oscura. I bimbi la vedevano sempre sotto lo stesso aspetto, vicina e lontana dall’anima loro a simiglianza del sole; era naturale che la pensassero una cosa eterna.
Tutte le altre persone che partecipavano alla loro vita erano diverse e varie, solo Suor Lucia non mutava mai; chiusa l’anima nella sua tranquilla fede, come la pallida faccia nello zendado nero, ella non assumeva una volta sola un aspetto diverso.
Fosse pur gaio il cielo, lucente di purezze adamantine, inebriante dell’umida freschezza primaverile, ovvero monotono, uguale ed opprimente sotto alla grigia veste della pioggia, non aveva potere di allietare o di oscurare gli occhi azzurri di Suor Lucia. Un velo perenne di malinconica dolcezza si distendeva su quelle chiare pupille che pareva esprimessero la rassegnata umiltà d’un’anima vinta.
Così i suoi monelli le volevano bene come ad una Madonna viva.
E che altro aveva di umano per loro se non la forma e la parola?
Quando i più grandicelli riseppero che ella era legata al mondo da qualche vincolo che ricordava un suo passato diverso, stupirono e la guardarono con meraviglia nuova. Essa diventava diversa agli occhi loro. La fantasia infantile che aveva fatto di quella vita un semplice piano tranquillo ed infinitamente uguale, variò i confini, innalzò le sue chimeriche apparenze e ad un tratto, per il suo triste segreto, Suor Lucia divenne un’eroina.