La testa e le mani puntate sull’erba ad imprimere il lancio al corpo; i piedi che non si decidono ad abbandonare il suolo per paura che l’equilibrio manchi: il corpo che forma un angolo acuto e la vesticciuola bianca che si leva senza contegno oltre il limite prestabilito, tale è Ninì nell’atto di fare una capriola che non gli riesce.

Dietro alle sue spalle, più in vista, Miranda, Doretta e Ciuffolo assistono allo spettacolo e stringono le mani unite e torcono il viso ridendo e gridando:

— Che cosa si vede! Che cosa si vede! —

Fa un ultimo tentativo disperato; e come l’ardito esperimento non riesce, Ninì si leva di scatto tutto rosso in viso e, rivolto ai tre marmocchi che lo beffeggiano, grida loro:

— Io sono bravo! E se non lo credi, ti dò un pugno! —

Gli spettatori si lasciano convincere senza fiatare, e Ninì, riassettatosi il gonnellino bianco, abbandona il luogo della prova fallita guardando distrattamente le cime delle piante e cantarellando.

Ha avuto cura di raccogliere da terra la sua inseparabile bambola e se l’è infilata sotto un braccio; ora si dirige verso un punto del giardino, ove siede il papà di Toti.

Ninì si sofferma ad una certa distanza e lo considera lungo tempo; come deve annoiarsi quel povero signore; ha gli occhi tanto tristi! La pietà lo vince e si accosta pian piano finchè gli è tanto vicino che può toccarlo. Lo guarda ancora, poi gli dice:

— Senti, Signore, tu ti annoi, vuoi la mia bambola? Potrai giuocare.