Il tragitto è breve, ma a Toti pare lunghissimo, interminabile.
Trovano la stazione rigurgitante di viaggiatori; un trambusto, un vocìo, una confusione enorme. Toti non si orizzonta più e vorrebbe uscire all’aperto, sotto la tettoia, ma non si può, perchè non hanno ancora i biglietti.
Oh! perderanno il treno senza dubbio. Il papà non potrà destreggiarsi fra tanta gente.
Poi anche quel secondo ostacolo è superato.
Eccolo sotto la tettoia. Marinella, Fauvette e Dorry lo vedono; lo salutano da lontano perchè il treno giunge. Si rivedranno al mare. Ninì passa trascinando Bebè, il suo fratello minore, e gli grida:
— Cammina dunque, porcellino! Ma cammina, Santa Vergine del rosario! —
Si perdono fra la folla. Tutti si affrettano, si assiepano, si stipano accalcandosi. Toti non ci vede più; il papà lo tiene per mano.
Il treno si ferma, un facchino apre loro la via, e trovano posto in un compartimento vuoto. Chiuso lo sportello, Toti si affaccia al finestrino. Ora è tranquillo, e può godersi la scena. Il sole muore, la luce è dolcissima.
In un vagone poco lontano, alla sua sinistra, hanno trovato posto Marinella, Dorry e Fauvette. Il treno parte, esse si sporgono a guardare. Laggiù in fondo alla stazione, è il viso pallido di un adolescente, Lionello, che saluta, e saluta quasichè tutta l’anima sua, tutta la sua vita partisse con quel treno festante. Dorry sorride, e poi, quando la stazione si oscura e nulla più vi si distingue, si volge a Marinella, l’abbraccia e le dice per due volte, e Toti crede ch’ella pianga:
— Voglimi bene, voglimi bene! —