— Buona notte, signorina.
— Good night, dear. (Buona notte, caro). —
La signorina si ritira nella stanza attigua; fra poco la zia Emma verrà a salutarlo e a fargli fare l’esame di coscienza.
Disteso sul bianco lettuccio, il capo abbandonato su le mani incrociate, aspetta pazientemente.
La lampada elettrica, nascosta in un fiore di seta, dirada appena l’oscurità; nella grande stanza è una serena pace di sonno; dall’esterno non giunge alcun rumore, si ode solo, a quando a quando, il canto di un assiòlo; giunge dal giardino. Toti pensa ad un grande orologio dal quale l’uccello notturno esca a gridar le ore alle stelle che si nascondono fra gli alberi. Anche gli alberi riposano a quell’ora; ogni foglia si abbassa, si china un poco per dormire.
Da un vecchio cassettone che si perde nella penombra si leva uno scricchiolìo ora forte, ora appena percettibile; gli hanno detto che le tarme, rodendo il legno, producono quel suono, ma Toti non ci crede: il cassettone se l’intende col letto di miss Edith, a quell’ora. Quando suppongono che tutti dormano, i due mobili si comunicano i loro pensieri, parlano dei loro affari. Che cosa si diranno mai?
E ascolta e fantastica, ma con sempre maggiore incertezza, perchè le palpebre scendono su gli occhi e la luce della lampada si fa più tenue, si allontana sempre più, si disperde come un piccolo sole morente in una pianura senza alberi, senza limiti, infinita.
I suoi riccioli biondi riposano; parte gli scendono su la fronte, parte ricadono sul guanciale candidissimo; le sue gote si tingono di vermiglio e la bocca si dischiude quasi ad attendere il dolce bacio del sogno. Toti si incammina per le bianche vie sterminate su le quali si passa in un rapido volo verso gli incantevoli giardini che la notte dischiude alle anime erranti dei bimbi.
Ma una voce lo riscuote all’improvviso; apre gli occhi e si leva su le coltri. La zia Emma gli sta vicino, ha ancora il viso severo; perchè mai sarà tanto inquieta?
— Hai detto le orazioni?