La porta si chiude; il buio è perfetto. Toti abbandona la testolina sui guanciali e trae un lungo sospiro; ma la donna bianca che veglia sotto l’olmo remoto viene a prenderlo per mano, ed egli la segue nei magici paesi del sogno.
Nel giardino, l’assiolo conta le stelle che appaiono e scompaiono fra le foglie dei grandi alberi neri.
II. Suor Lucia.
— Signor Toti! Voi discendete dalla famiglia più nobile del paese, nota ed amata per intemerate virtù, specchio di purissima grazia, ornamento nostro di dolcezza spirituale; voi siete il nuovo vaso di elezione che deve servire di esempio alla cittadinanza che vi guarda; io dunque vi sono grata e sono confusa per l’indegno onore che mi fate affidando l’anima vostra a me, umilissima serva di Dio. Vi sono grata perchè fra i miei innocenti porterete il segno del vostro alto valore che sarà incremento alla nobile schiatta dei buoni; sono confusa perchè siete voi che insegnerete qualcosa a me, ignorantella meschina, magra agnella del gregge spirituale.
Siate il benvenuto, signor Toti, e possiate rimanere fra noi — nostra vera dolcezza — fino alla consumazione dei secoli! —
Pronunciate le quali ultime parole, Suor Lucia nasconde in fretta la carta su la quale aveva scritto il suo discorso e, rivolta a due monelli che si bisticciano in un angolo, grida a tutta voce:
— Anselmuccio, Giacomino volete smetterla? È sempre per la mela che vi bisticciate? D’ora in avanti mangerò io tutte le mele che portate nel cestino, e così starete in pace. —
I due monelli si avvicinano a capo chino borbottando; ma Suor Lucia non bada più a loro.
Toti guarda e stupisce.
È dunque quella la tanto favoleggiata Suor Lucia, lo spauracchio del quale ha temuto? Quella creatura tutta umile e compunta che lo ha salutato con tante parole delle quali non ha capito niente?