Hanno occupato due panche, e Suor Lucia si è posta al centro della seconda per osservare e consigliare. Toti non è ancora padrone di sè stesso; l’ambiente nuovo e la nuova compagnia lo distraggono; all’infuori di Orsetto, si sente ancora estraneo fra estranei, sta un po’ serio e umiliato.

La grande chiesa umida e oscura è piena di gente. Dal suo posto elevato Toti vede un mare di teste chine. Nell’aria si diffonde un vago profumo d’incenso.

Egli assiste per la prima volta al rito religioso perchè la zia Emma non lo ha condotto mai in chiesa; tutto ciò che vede lo stupisce e si domanda se l’ostensorio, che il sacerdote leva silenziosamente in alto, non sia un dono del buon Dio agli uomini, una stella d’oro tutta raggiante, discesa dai lontanissimi cieli.

La sosta si prolunga, e i più piccini si distraggono, fuorchè Rando e Celestina. Il primo pare tutto assorto nell’ammirare gli interstizi che passano fra pietra e pietra; la seconda è compresa dall’ammirazione del primo.

Nicoluccio si guarda il naso; Miranda e Doretta si bisticciano fraternamente e Ciuffolo, il marmocchio dalle enormi guance, conta i grani di una corona:

— Uno... tei... cinche... tre.... —

Il subito tintinnìo di un campanello riscuote Suor Lucia che era stata, fino a quel punto, assorta, col capo fra le mani; ella sussurra:

— In ginocchio! —

Nasce uno scompiglio fra le fila del piccolo esercito; ognuno vorrebbe il posto del compagno: