Poi l’uno proseguì per la sua istrada e l’altro s’inarcò a scagliar la scure sul legno.

L’ombra restringeva il suo cerchio; la radura pareva farsi più angusta di minuto in minuto e il cielo soave era come la rama, che apre i suoi bocci all’alito della notte.

Si udì il rotolìo di un carro e un canto troncato dallo schianto improvviso di due colpi secchi. Ninu Agghianu si levò sul torso.

Passò un secondo. Altri due colpi e altri scoppiaron più vicini.

Avi ’a chioviri! — mormorò. — Suli d’ottuviru nun fallisci!

Poi brandì il fucile e su quello si curvò rimpicciolendo come se tutta la sua vita si trasfondesse nell’arme protesa. Gli occhi suoi corsero intorno rapidi, si aguzzarono contro l’impenetrabilità delle masse vegetali, scrutarono ogni ombra, ebbero scintillii e bagliori. Rannicchiato dietro un tronco di palma girò torno torno quasi carponi e la faccia sua era impassibile, senza pallore, ferma e dura come sbalzata nel basalto.

Ma appena s’era incurvo che intravvide una piccola vampata violastra e udì un colpo sordo. Un sibilo traversò l’aria.

Ninu Agghianu non rispose; il pericolo lo faceva tranquillo. L’ombra ch’era sempre più scura e lo stipite della palma lo protessero ed egli s’era acquattato sì basso, vicino alle legna, da confondersi con la massa amorfa.

Gli stava di fronte l’impenetrabile. Per quanto gli occhi suoi cercassero e si ficcassero per entro ogni ombra, nulla distinguevano: nè una forma, nè un moto, nè un segno infallibile. E non voleva sprecare il colpo. Un colpo sbagliato gli era più acre di una ferita.

Gli Agghianu avevano saputo sempre dove colpire con la certezza della morte. Le loro armi non parlavano a vuoto, non eran come la bocca della femmina e del meschino.