Un cane disperso ululò da un chiuso, remotamente e all’ululo del primo altri risposero di distanza in distanza: da tutte le orme della morte fra le palme e le norie.

Ninu Agghianu volse intorno la faccia aggrottata. Si udivano fruscii e squassi e colpi sordi all’intorno; si udiva come se qualcuno, andando, si intanasse e incespicasse incurvo fra le spine dei cacti e le radici degli ulivi. La faccia del nemico era oscura ed obliqua, dagli occhi incavernati sotto l’osso frontale.

Egli la vedeva come le altre volte, nel numero dei giorni suoi consacrati alla guerra. E vegliava ascoltando, fermo al suo còmpito, senza pensare nè alla morte nè alla salvezza, come colui che vuole, oltre ogni fine, adempiere il dovere destinato.

E potevano confondersi, sul morire del giorno, i fruscii dell’insidia con gli altri fruscii che scorrevano per la selva africana all’avvicinarsi dell’ombra periodicamente eterna. Gli innumerevoli voli, lo scivolare di un cane acquattato per la sua paura, un alito d’aria fra i palmizi, un subito cricchiare dalle case vuote traevano in inganno. Il volo di un’upupa, tanto vicina che più non lo è l’ombra al corpo, coglieva di sorpresa e di sobbalzo e per quanto il tonfo del cuore fosse misurato all’impero della fredda volontà, avveniva che a volte si turbasse d’improvviso, per il tempo di un brivido.

Comunque fosse, Ninu Agghianu non si affrettava; non misurava l’opera sua col sole menomante, per ritornarsene innanzi che le stelle avessero cinta la radura. Fra due corde tese sul terreno veniva accumulando i ciocchi e si udiva il tonfo reiterato della scure e il gemito della sua fatica.

Passò un piccolo soldato dal volto glabro, dalla giovine faccia adusta. Si soffermò per la viottola, una mano stretta alla bandoliera del fucile, guardò.

A unni vai? — gli chiese Ninu Agghianu.

’A vaju a viju chi dicino a Tripoli!

S’av ’a risittari lu tempu, si voli Diu!

Accussi spiramu!