Trasvolavan sul mare le grandi navi d’Italia.
L’agguato.
“Al generale Izzèt Pascià guerriero di molte parole.„
Isola fiera e bella fra le rupi e la montagna del fuoco; isola dalle cento fontane, dalle mille leggende, sacra ai titani, agli iddii, ai castelli di Saturno, agli armenti del sole, ai popoli favolosi; isola amata come s’ama l’amore negli occhi della giovinezza, chiara più che l’alba, che hai nel tuo favellare e nei canti primevi una bellezza austera; isola madre, per la leggenda che di te corre nel mondo, per il male che ti accascia e per il bene che hai dato e che dai nel fior delle tue genti, che tu sia benedetta!
Dolcezza d’Italia, come le tre Iddie tesserono di te una veste di fiori al padre Giove; e come nelle tue viscere giace avvinghiato e sussulta il mostruoso gigante, l’anima tua si assempra in ogni mito soave e in ogni orrore.
Così l’amore ti inalbi, Sicilia, come il mio cuore ti canta per l’eroica anima tua.
Levata la scure con ambe le mani s’inarcò a colpire più forte, giù per il solco tracciato, lo stipite della palma. Ebbe un gemito e un soffio; il torso si irrigidì ne’ suoi muscoli guizzanti, le braccia si tesero, le salde mani strinsero il manico della scure ancipite e il colpo piombò ben assestato.
Volgeva la luce al suo finire. Nello spiazzo vuoto fra le case dirute e i giardini calpesti, Ninu Agghianu era solo. Si udivano da lungi le voci dei compagni alle trincee, e, a quando a quando, un colpo secco e un urlo e uno squillo di trombe.
In quel punto l’oasi era sinistramente cupa. La luce radente pareva chiudesse il varco ogni intorno con lo addensarsi delle ombre. I giardini più prossimi si fondevano in una muraglia di agguati, non appariva varco se non fra le braccia delle palme, fra i tronchi scapitozzati contro il cielo.
Tre case senza porta, con ampie brecce nei muri, mostravano i loro patii deserti e nei patii cumuli di rovine.