Attendeva, immobile come il tronco dietro il quale si riparava. Eran nate due stelle, le prime sopra l’ultimo gorgo solare. Un cane scivolò dietro il muro della casa più prossima, si fermò un istante a fiutar l’aria, fuggì arroncigliato. Si udì il suo mugolìo più lungi, poi un silenzio improvviso, grande e tragico come la faccia della notte.

Il soldato non si fece illudere dalla sosta: conosceva le insidie, sapeva che fosse attendere per ore, lentissimamente eterne, un passo umano, una voce, il cigolìo di un carro. Un altro colpo scoppiò più vicino, poi qualche rama si mosse. Non era nè il vento nè un volo che avesse prodotto quel moto.

Come un brivido era corso per gli alti rami di una gaggia, sul limite di un giardino, verso la Dara.

Il segno era preso; la mira, se non precisa, aveva il punto su cui fissarsi. Ora fra il rifugio di Ninu Agghianu e la gaggia del giardino calpesto correva un tratto di terreno non del tutto libero. A sinistra era una casa sventrata con intorno cumuli di rottami e grandi arche nuziali aperte e capovolte; poco più innanzi un sentiero, poi una trincea abbandonata e il folto.

Sul principio del folto, presso un muricciuolo coronato da fichi d’india, era la gaggia dietro la quale l’invisibile nemico si era rimosso.

Ninu Agghianu non fiatò; la preda sarebbe venuta di per sè stessa ad offrirsi.

Un altro colpo schiantò il silenzio crepuscolare. La palla mugolò a due palmi dal capo dell’uomo ricurvo. Poteva darsi che l’arabo lo avesse scorto anche nel suo covo? A chi mirava? Era forse per accertarsi che nessuno più poteva rispondere?

Ma a tal punto si udì un fruscio di rami smossi, e prima ancora che Ninu Agghianu avesse puntata l’arme, un uomo saltò giù dal muricciuolo e scomparve nella trincea. Perduto! L’ira gli contorse la faccia.

Fu per lanciarsi all’inseguimento e già si era levato dal covo quando udì cantare. Udì cantare una nenia dolce del paese suo: la leggenda di Santo Stanislao. Era Santu che ritornava da Tripoli. Il cuore gli dette un gran tremo. Che sarebbe accaduto ora? Si udiva la voce chiara come l’acqua lustrale e fresca di passione giovanile. Pareva cantasse le strade dei paesi in quel di Girgenti e i cammini dei pecorai e il tocco dei campani e le squille delle pievi fra campi e rovine verso i monti e le valli, dalle frescure alle solfatare d’inferno.

Partiu lu Santu e a Tunisi arrivau