E di Gesù la tonica pigghiau....

Sempre più si avvicinava. Al volger della viottola, nella radura, mancavan pochi passi forse. Apparso l’uomo e troncata una vita, era cosa di un baleno, per il nemico. Ma ciò non doveva essere. La faccia del giovine si era indurita nel segno di una volontà grande e tragica. Conveniva giuocare d’astuzia e di coraggio. Tutto per tutto, vita per vita!

Continuava la voce malinconica:

E a Innaro malato si curcau

e a Fivraru all’autra vita passau,

E la littra a la matri arrivau,

Allura dissi: “Mi’ figghiu muriu!„

Si udì lo scatto di un caricatore; l’arabo si apprestava all’opera. Allora Agghianu balzò dal suo rifugio, si gettò a terra supino, si levò per ripiombare al suolo come se la morte lo cogliesse balenando, ad intervalli fulminei. L’ombra di un capo bendato apparve oltre il riparo, scrutò, riscomparve. Tutto ciò avveniva in una angosciosa rapidità. I veli del crepuscolo s’eran fatti sì tenui, sotto l’impero notturno, che più non erano se non un soffio luminoso, confinato nei lontanissimi cieli. Rise vespero d’oro su l’invisibile deserto, dietro Sidi Mesri. Apparve un primo incerto pallore di stelle. E si udiva il mare, il gran respiro senza tregua, dietro i cacti e le palme e le rovine fumanti. Fu una sosta. Santu non cantava più. Si era taciuto di repente come se la morte l’avesse colto alla gola o egli stesso si fosse proteso in ascolto. I tre uomini stavano senza fiato, raccolti ciascuno nell’ombra sua. Poi Ninu Agghianu volse gli occhi e vide il compagno avanzare in silenzio; l’intravvide nel raro lucore come un moto appena percettibile, come una forma indefinita. Tacea nel suo ricordo forse, immemore, nell’intimo tepore di un sogno; inerme, per l’abbandono di tutta l’anima sua a una deriva nostalgica verso l’isola di oltremare.

Con l’urlo di Ninu Agghianu partì un colpo dalla trincea.

Scansati Santu!