E Santu ristette stordito, senza comprendere da dove fosse giunto il colpo, nè la ragione del grido.

Se il figlio dei deserti avesse avuto buona mira, Santu era perduto. Allora fu che Ninu Agghianu si levò dalla terra rossigna, percorse correndo il tratto che lo separava dalla trincea e, giuntovi, balzò nell’angusta fossa.

Si trovarono di fronte, chiusi nell’ambito breve e sul loro spirito turbinava la morte.

L’arabo era gigantesco, nocchieruto, bestialmente torvo.

Di fronte a quella mole, Ninu Agghianu pareva un fanciullo. Come l’uno saltò nella fossa, l’altro non fuggì ma si rivolse.

Dieci passi li separavano, lo spazio di un balzo e il figlio della solfatara s’inarcò a piombare sul colosso ma questi spianò lentamente il fucile, mirò alla distanza minima, fece esplodere l’arme.

Ninu Agghianu traballò, un’onda di sangue gli coperse la faccia, lo accecò, ma l’anima sua era in quel punto più grande della morte. Nè l’orrendo ceffo ebbe tempo a riprender la mira, appena aveva levato l’arme che sul suo capo turbinò una clava manovrata a ruina e il colpo gli piombò fra capo e collo violentissimo. Fu stordito. Il fucile di Agghianu si schiantò ma l’arabo era caduto di fianco, appoggiato alla parete franosa della fossa. Il giovine vide il sopravvento. Gettò l’arme monca, afferrò il fucile del nemico e cominciò allora la lotta titanica a viso a viso, a fiato a fiato, fra la morte e la morte, orrendamente. Tutto ciò avveniva nel tempo del baleno. La lotta fu breve. La forza contrastava alla forza, l’ansito all’ansito. Ora l’uno or l’altro cedeva un passo, non più; si guatavano arrossati dal loro sangue, ambedue: ebbri e folli della stessa furia, ambedue. L’uno più non aveva l’elmetto, l’altro aveva perduto la taghìa e la sudicia benda. Nè il gigante si attendeva dal piccolo nemico la prodigiosa forza che gli contrastava la vittoria e più s’incaniva nell’impeto quanto più misurava quell’esigua persona di adolescente. Quale Dio era nella notte dietro l’infedele?... Ogni grido era spento. Nè l’uno nè l’altro aveva voce, stavano entrambi su l’orlo della loro fossa.

E anche l’arme del nero si stroncò: cricchiò, si contorse nella morsa umana. Furono di fronte per l’ultimo brivido: muti e spaventosi.

Le destre mani si riarmarono delle lame ancipiti, poi si curvaron d’istinto per colpire e non esser tocchi.

Due volte tentaron l’assalto estremo, poi Ninu Agghianu si sentì urtato sotto la spalla. Un furioso dolore lo tolse di senno. Traballò e il gigante gli era sopra, lo premeva ansimando, mugghiando.