Vide la sua fine: chiuse gli occhi, cedette a grado a grado, ma d’un subito l’anima sua si riaccese. Nel momento supremo quando già si sentiva finire, la faccia contro la tenebra e la volontà e la forza nemica sopra di lui come un peso intollerabile, quando si credeva dannato contro la rossa terra, sopraffatto come l’agnella dal lupo, nel momento supremo s’addiede che le sue carni e l’ossa sua trattenevano nella ferita la lama del colosso e questi arrancava a strapparla dalla stretta orribile, inutilmente. Intuì allora ciò che poteva tuttavia e si affloscì, scivolò come se la morte l’avesse dispento, piombò disteso sul fondo. L’arabo gli si chinò sopra, lo tentò col piede, premette. Ninu Agghianu ebbe la forza di resistere. In quel punto si udì la voce di Santu e un’altra voce più lontana. Fu un guizzo per la tenebra. Interveniva un fato diverso. L’arabo balzò innanzi, si rivolse, si acquattò nella trincea, ascoltando. Si udì l’urlo angosciato:

— Ninu Agghianu?... Cumpari Agghianu?

Ma ancor prima che alcuno sopravvenisse, ancor prima che la bestia nera si fosse levata a fuggire, il morituro si alzò prodigiosamente, raccolse l’estrema energia, fu sul nemico, lo cinse, lo strinse, l’avvinghiò, l’attorse, ed una e due e dieci volte con la furia e l’urlo roco di chi risorge, di chi sopraffà la morte nell’orrore della morte lo trafisse.

Il colosso ebbe un rantolo, stravolse gli occhi, si dibattè, strapiombò riverso.

E la chiamata ruppe ancora il silenzio della notte:

— Ninu Agghianu?... Cumpari Agghianu?

Allora il giovine più non badò al suo dolor mortale e i sopraggiunti videro un capo sconvolto sorgere di repente dalla fossa arrossata ed udirono una voce cupa:

Ccà sugnu!... Cc’è cosa?

Ma altro non videro e altro non udirono, chè il piccolo soldato grigio era ripiombato per sempre nella profonda trincea.

I superstiti.