“Ai martiri crocifissi e alla sconcia viltà dei gazzettieri d’oltr’Alpe e d’oltre mare.„
V’è nell’oasi, oltre Suk-el-Gema, un pozzo: il pozzo della morte.
Ifa el Targiani condusse la centuria dei prigionieri verso quel luogo, il giorno di Sciara-Sciat, ed empì dei loro corpi l’arca profonda. Erano bersaglieri. Colti asserragliati in una casa dell’oasi, furono chiusi in un cerchio umano e dovettero arrendersi. Attraversarono la strada di Tagiura, attraversarono l’ampio piazzale di Suk-el-Gema fra le case sventrate e la palazzina del Comando, volsero a destra per un sentiero angusto fra i muriccioli e i fichi d’India. Si arrestarono a una casa. Ivi era un pozzo e una spianata. Ifa el Targiani, la bestia, dette per primo il segno e la carneficina incominciò. Erano cento e cinque i nostri, e centocinque ne caddero fra il pozzo e la casa sinistra.
Il condottiero, man mano che qualcuno moriva, tracciava su la terra, con una sua verghetta, una linea, ridendo del computo infame.
E l’arca fu ben presto ricolma che l’olocausto non era compiuto. Allora si aperser le fosse, l’una vicino all’altra, nel campo contiguo, e come l’opera fu compiuta e ritornò il silenzio, solo rimase, su la terra rossa, il computo infame di Ifa el Targiani.
Le linee si distendevano parallele per buon tratto; tante, quanti erano i sepolti. E così le trovammo il giorno di Tagiura.
Poco prima di giungere al pozzo, vedemmo su l’uscio di una tana deserta, sei occhi umani.
Tutti seppero allora, come io seppi, i tre abbacinati dall’orbite vuote e sanguinose; i tre corpi ignudi, lividi di battiture, ritti e brancicanti presso la tana acquattata fra l’urlìo degli irsuti sciacalli.
Tutti seppero questo perchè non uno parlò. Poi fummo all’arca del pozzo e più lungi si udivano gli scoppi delle mine, il crepitar dei fucili.
L’ora trascorse fra la muta pietà accigliata. Nè si udì una maledizione, nè una minaccia quando apparvero i dissepolti nell’orrendo sfacelo. I soldati che videro si rinsaldarono nel loro ardimento.