Alle spalle, ai fianchi, di fronte, da ogni siepe, da ogni viottola, da dietro le basse case, dalle norie con le loro braccia spettrali, dagli intrichi dei cacti e degli ulivi, dalle cavernose cisterne, ovunque fosse un riparo, in rivoli esigui o in fiotti improvvisi sopravvenivano tempestando.
Si chiudeva su gli sperduti un cerchio di urla e di fuoco.
Era un immenso rimuoversi di figure ammantate, una caotica miseria riversata a morte e a bottino, un muggire d’insaziata bramosia fanatizzante.
C’era, nell’aria accesa su quel coro formidabile, c’era nel sole africano l’immensa ombra di un Dio. L’eredità di Javet pesava su l’orda dei pastori del deserto. Innanzi alla loro fame e alla loro morte regnava tale volontà divina. Nè un cuore era diverso dall’altro sotto tale afflato possente, nè la vita dalla vita, nè il pensiero dal pensiero.
Essi vedevano i cieli: la loro barbarie ne era delirante, la loro asprezza rindurita. Ciascuno sapeva di superare un tetro destino, combattendo, e ciascuno urlava sopra possa come per farsi intendere dall’Invisibile che sovrastava.
Erano duemila e più, un’orda incomposta e irruenta. E i superstiti non vedevano facce umane, ma stravolti ceffi e occhi di belva. E attendevano. Poco più oltre un altro gruppo esiguo sparava tuttavia. Ancora bastavano i radi colpi degli sparsi eroi a tenere in rispetto l’ondeggiante massa. Ma l’epica lotta dei piccoli soldati grigi si accostava al suo termine. Troppo incalzava l’infuriare nemico. La voce della vittoria sconfinava balenando, sì che sempre aumentava la moltitudine orrenda.
S’era sperato invano in un possibile aiuto. Due staffette spedite al Comando non erano tornate. L’oasi era tutta un agguato. Morti i condottieri, l’uno dopo l’altro, senza indietreggiare, divinamente impassibili nel nome d’Italia, l’esiguo avanzo non si arrendeva tuttavia.
Proni nel campo del loro olocausto, non sentivano ormai se non l’orgoglio della loro razza che li faceva prodi, irraggiando il pallore delle giovani fronti.
Erano muti, contratti nello spasimo. Se la loro volontà avesse potuto armarsi di acciaio, non era turbine che l’avesse doma.
Si conoscevano per nome; si sapevano come l’acqua e la terra; s’eran conti: erano quindici. Ma Giacomo Banti, l’uomo dell’Alpe, già rantolava bocconi.