Frattanto i guidati dal Dio guerriero si stringevano sempre più da presso.
Venivan di Tagiura, di Tarhuna, di Gariana, erano i cacciatori di gazzelle, i cammellieri, i guidatori di carovane, gli scarni pastori delle steppe, tutto il popolo nomade cantato dai poeti d’Israele.
Una bieca massa guidata da una fede guerriera. Gli schiavi neri, i giganti del Sudan venivano innanzi come una muda di cani, accesi dal loro sguattìo, in una serra continua. Cadevano, si rinnovavano. Gittavan l’anima come la veste lacera raccolta su la loro magrezza. Si vedevano piombar di traverso, inarcarsi di un subito in un urlo atroce, le braccia arrancanti a vuoto, e morire.
Ma che era mai un negro cane? La masnada turchesca, al riparo, li sospingeva a staffile ed essi andavano ebeti di sgomento. Frotta su frotta, muda su muda, sguinzagliati, affamati, orrendi. Giungevano al punto colpito fra Sciara-Sciat e Sciara-Zauiet, fra il mare e una cubba. Facevano forza d’impeto incuneandosi ovunque, cadendo e risorgendo, duri nella cotenna come il cinghiale; senza dolore. Stipati, apparivano e scomparivano in un balenio continuo; si acquattavano come la iena, con occhi lustrenti; davano un balzo, ricomparivano. E più dietro era la fosca genia dei deserti: l’arabo bestia.
Per mille facce stravolte, strette nel fasciame delle luride bende, null’altro appariva se non il riverbero di mill’anime fosche come le coltella.
Qualcuno, per le sgangherate mascelle strideva; qualche altro, fra la moltitudine briaca, correva a furore deliberato a morire per la sfrenata sua libidine; altri s’incitava in Allah; altri spasimava di furia e d’ardore.
— “Combattete gli infedeli finchè non ne abbiate fatto carnaio....„
“Coloro che morranno per la fede non morranno....„
Essi non sapevano che la loro fame e tali parole, incruditi nell’obliqua barbarie, simili allo sciacallo irsuto, vili e tremendi.
Ma i pochi superstiti erano come l’ancudine che percossa e straziata e maledetta rimane salda e piana senza commovimento che appaia.