Gli otto martiri erano soli.
Fatto che fu il silenzio, interrotto da un cupo rimbombo lontano, Giannettasio levò il capo che aveva tenuto inchino fino allora, e gli occhi suoi d’aquila guizzarono d’un bagliore selvaggio. Egli era stretto ad un palo, nel mezzo del “patio„, presso la bocca di una cisterna. Levò il capo e la faccia grifagna, angusta e forte, fra gli irsuti capelli e le mascelle quadrate e fra zigomo e zigomo. I denti suoi stridettero, un respiro grande gli sollevò il petto e le costole rade sotto la pelle livida. I compagni lo guardavano. Girò intorno la faccia, aggrottata, nella suprema angustia, come chi fiuta l’agguato, e gli occhi, di sotto l’osso frontale, incupiti d’ombra e di ardore e di fosca furia, frugarono ovunque. Non si udiva che il rombo della battaglia lontana.
Allora il corpo di lui si contrasse, si divincolò, si distese, si ripiegò scattando. Il giuoco dei muscoli tentò e ritentò invano le solide ritorte; nè gli strappi, nè le tensioni violente ottennero risultato. L’arabo cane aveva ben saputa l’arte dei nodi.
Più forzava e più si macerava le carni ignude; ma non era egli di natura sgomenta e la sua pervicacia si rinsaldava nella furia. Disperare è morire. Così come più si incanì dibattendosi, s’addiede ad un punto che il nodo che gli serrava le braccia, gli era salito su per il petto fin presso il collo. Allora di repente abbattè il capo su la corda, l’addentò, la forzò, la scrollò squassando, contratto nello spasimo sovrumano. Il collo s’inturgidì, la faccia s’invermigliò fino agli occhi, tutta di fiamma, di sangue e di furore, in un aspetto terribile, disumanata.
Apparve stravolta, irriconoscibile, come quella della follia e dell’agonia.
La vita vi ruggiva spasimando e affannando in tutta l’impetuosa sua violenza.
Poi, di un subito quella faccia si levò con stretto fra i solidi denti l’un capo della corda e non è più chiarore nel volto del meriggio di quello che non ne passasse in quegli occhi.
I compagni tremavano nell’attesa. Ecco le braccia eran libere, ecco era libero il torso, ecco il breve grido di spasimo rinforzava, si spegneva, riprendeva; ecco ecco i legami cedevano, si scioglievano, si afflosciano abbandonati. L’uomo balzò libero nel “patio„ e fece per lanciarsi all’uscita; ma allora udì egli l’urlo straziante dei sette compagni avvinti:
— Giannettasio!... Giannettasio!...