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Valerio Aresu ripartì per le terre d’oltre mare senza aver riveduto suo padre.

L’antico dissidio che li aveva divisi e li aveva condotti a tale estremo d’ira da rendere impossibile ogni convivenza, non era ancor morto. Poteva risorgere al minimo accenno e porli di fronte come un tempo, senza nessuna pace.

Era, in loro, l’anima di due età vicine e lontane, non compatibili nè conciliabili. Meglio valeva lasciare nel sonno l’antico dolore. Chi dà alle proprie convinzioni tutta la propria passione non sa tollerare. Tollera chi non ama; concede chi non sa morire. Pietro Aresu vedeva questo. Il suo giudizio non poteva scardinarsi per una sentimentalità improvvisa. Egli portava con fierezza il proprio destino sul declinare degli anni e sapeva che il suo gran sogno era morto. Una gente meschina agitava fosche passioni per il mondo e le turbe ubbriache urlavano. Trascorreva una furia cieca. Il ventre era Dio. Ad ogni altare si appostava lo scherno dei distruttori. Nulla più era bello e grande, nulla si imponeva, convinceva e innalzava l’anima impetuosa a una insolita virtù di amore.

Odiare, vivere, bestemmiare era la divisa dell’idolo fallico, ebbro della sua bruta potenza. Decaduto ogni valor morale, la gran bestia non vedeva che la sua mangiatoia. Per difender la vita la si impantanava. Tutto era tratto al giudizio dei retori, alle scuole di una scienza cieca, alla gazzarra dei trionfatori. Ogni mediocrità si paludava in manti imperatorî; ogni imparaticcio era speso per buona sapienza; ogni miseria gabellata per virtù fondamentale. La critica imperava e con lei la gioia del demolire. Le demenze più sciocche si scatenavano a furia e tutto era sepolto sotto le scorie dei roditori.

Ora chi scendeva, esule, da un’età dolce di amore e di gloria, non poteva piegarsi alla realtà quotidiana. Le anime grandi non tramutano e non s’adattano. Di fronte a tale verità egli aveva scelto per la seconda volta la sua solitudine. E portava il suo dolore di padre come l’altro grande dolore inespresso, lo portava in silenzio aspettando la morte. Non aveva rimproveri per Valerio: lo giudicava travolto dalla corrente. Solo, nonostante gli anni trascorsi, sentiva l’amaro della cieca irriverenza di lui, della sua vana protervia, del suo giudizio meschino e reciso. Tutta l’anima di Pietro Aresu si era ribellata violentemente allora, e ne fremeva tuttavia.

Così nulla mutò. I due monti lontani vegliarono la notte, muti e dissimili nel cuor dell’ombra dove sono le invisibili strade degli astri.

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Entrava per la quinta volta sulla punta dei piedi, adagio adagio. Era il mattino fiorito.

— Giovannello?