E si fermava a mezzo la stanza trattenendo il fiato. Il giovine dormiva profondamente, il capo affondato sui guanciali bianchi, soffuso di un lieve rossore, la bocca chiusa. Lo guardava con le mani giunte, con gli occhi umidi. Com’era giovine!
I capelli ricci gli adombravano la fronte bianca. Era forte e bello! E una pietà, un amore inesprimibile tenevano il cuore di lei sospeso in ardore. Le salivano alle labbra parole sorte da chissà dove, ch’ella non aveva dette mai, che non aveva mai ascoltato. Parole soavi come quelle di una preghiera, accorate un poco, fresche ed intatte.
Si fece un po’ più innanzi e si sporse un poco verso il letto e chiamò appena:
— Giovannello?
Ma il giovine dormiva del più bel sonno profondo.
Allora Assunta Rosa si accostò alla finestra e l’aprì. Entrò il sole e la voce di Pietro Aresu che era nell’orto.
— Si è levato? — domandò il vecchio.
— Ssst!... — fece Assunta Rosa.
— Destalo che è tardi!
Assunta Rosa si rivolse e ristette, la mano nel palmo della mano, sorridendo.