— E Giovannello?

— Speriamo in Dio!

E Assunta Rosa si meravigliava ch’egli parlasse di Dio mentre non ne aveva parlato mai. Però, per quanto si facesse forza, vedeva che Pietro Aresu era agitato. Mangiava appena, brontolava fra sè, usciva e rientrava venti volte al giorno quando i giornali annunziavano uno scontro. Poi giungeva un telegramma. Era un grande allarme, un gran battito di cuore, un arresto del respiro. Non si pensava a firmar la ricevuta; le mani si adoperavano a strappare l’involucro, tremavano inette e il foglio era lacerato, ma gli occhi correvano rapidi alle parole.

Subentrava un gran sollievo, una pace profonda.

Ed anche quei giorni di pena passavano come tutte le cose al mondo.

Ora doveva giungere Valerio. Era già in viaggio. Aveva scritto prima d’imbarcarsi, ma Pietro Aresu non aveva fatto parola della lettera. Forse giungeva per Giovannello.

E la vecchia moltiplicava i ceri innanzi alle immagini raccomandando a Dio: Giovannello, i compagni suoi e l’Africa tutta.

In chiesa si trovavano in molte e parlavano sommesso, fra le buie arcate. Ognuna aveva un figlio, un nipote, un fratello alla guerra; ognuna leggeva l’ultima lettera ricevuta dal campo. E ascoltavano come se la parola di uno solo fosse per tutte. Poi qualcuna si appartò, vestì il bruno, pregò più a lungo. Le altre ne rispettavano il silenzio e si attardavano con lei. Erano come vecchie sorelle.

Ormai Iddio disponeva. Fosse fatta la volontà del Signore. A volte piangevano per una lettera eroica, per una morte eroica, sperdute fra i neri intercolunnii di un tempio taciturno.

E seguirono giorni di maggiore ansia.