Assunta Rosa gli tenne dietro. Sentiva un gran freddo per l’ossa.
Pietro Aresu era ritto vicino al pozzo: pareva sognasse. Quando levò la pallida faccia severa e vide suo figlio gli mosse incontro. Furono vicini. Allora il sopraggiunto levò gli occhi torvi e cominciò a parlare, a parlare, prima a bassa voce, lentamente, interrottamente, poi una gran furia passò per l’anima sua bieca: si scatenò, imperversò nemica, si perdette nell’ira scomposta, nella folle ignominia, nel vituperio.
Pietro Aresu non battè palpebra. Ascoltò bianco e impassibile. Guardò il figlio negli occhi, sempre, e quando tutta la feccia di quell’anima miserrima fu riversata a ruina, quando più nulla rimase di forza, di energia, di nobiltà a quell’uomo senza nome, Pietro Aresu non approfittò del suo dominio e tacque ancora. Ormai nulla più poteva scuoterlo. Egli aveva raggiunto il suo segno. Era come l’astro e il cristallo e la conchiusa eternità.
Rimase solo, non si mosse; sentiva intorno una luce fonda e senza tramonto, una parola bella e senza confine, una giovinezza senza mutamento.
Il mondo si chiuse nel sonno. Egli non dormì. Il suo pensiero doveva essere grande come le scie astrali perchè non s’avvide del tempo. L’alba lo sorprese. E con l’alba giunse un nuovo squillo di fanfare. Altri ed altri partivano col cuore d’Italia. Tutta la giovinezza si scagliava alla conquista: di un grido. Nulla moriva, nulla scompariva in quell’ora suprema di eternità. Allora sentì il suo cuore scandere il ritmo della nuova epopea, dell’antica epopea che aveva vissuto; sentì che ogni compimento era raggiunto.
E nella fede della patria nata e rinata, si chiuse nel silenzio del giovine scomparso e attese in serenità l’ora della morte.
In morte di un eroe.
“Per i profeti che negavano la nostra virtù militare.„
Chiamaron dall’alto la morte — si elessero l’austero silenzio.
Giovanilmente puri varcaron di un balzo l’istinto — senza pallore, sereni.