Andarono — calmi nell’esiguo spazio come nel cuor di una tenebra — ciascuno al suo còmpito estremo. — E la tomba rombante fu per ciascuno un altare. — Solo sul ponte, il navarca — gli altri nel chiuso, solleciti all’ubbidire — fino nel cuore del fuoco — nell’ambito delle macchine.
Morire due volte era nulla agli aspri pionieri — morire, rimorire — pur di condurre la prora incontro alla pavida Armata — pur di gettare la pietra delle fondamenta — la base incrollabile — elevata al di là del transito.
Andarono. — Dalle rive infernali s’avventò l’impeto di migliaia — ma la morte era a bordo con loro — ospite fra i suoi bravi. — Era seduta sul cassero l’Iddia de l’ardimento e derideva alle sponde, agli urli dello scompiglio, ai mille boati, alle fiamme, al tramugghiar dei cannoni, all’epica ruina precipite. — Andarono, ritornarono. — E scritta è la leggenda millenne.
Ma se qualcuno — talvolta — se qualcuno domanderà — qual’anima avevano i morituri — dite che una sola era l’anima — e la speranza levata su loro nella tremenda notte — una sola e perenne: l’Italia!
“Perciocchè tu non permetterai che il tuo Santo provi la corruzione della fossa.„
Salmo XVI, vers. 10.
La nave procedette a lumi spenti; senza forzare, tacendo il mare abbonacciato e oscuro come uno spazio fra gli astri e una solitudine immensurata.
Non s’udì che il palpitar sordo delle macchine, chiuse coi loro fuochi rossi nel cuor della nave, nel fondo cuore congegnato a forza.
Un uomo scivolò sul ponte; salì un sussurro come se una porta s’aprisse e si richiudesse su l’oscurità, e ancora fu il silenzio.
Il giovine, diritto su la plancia, aguzzò ogni sua forza di intesa e di attesa, scrutò la notte uguale nell’estrema figurazione possibile al senso e all’intelletto che procede di cerchio in cerchio per quanto salga e dilaghi.