Tanto era spessa l’ombra che il naviglio nemico poteva apparir di sorpresa e trascorrere non lungi, inavvertito. Epperò ad un minimo moto, a un guizzo quasi impercettibile, a una misteriosa vibrazione dell’aria, gli uomini, muti alla loro guardia, trasalivano, protesa la faccia nel buio.

Ma la notte s’impietriva nel suo segno enigmatico e tutto era scomparso fra le stelle e il gorgo.

Da una cabina, nell’alto, si udiva un intermesso crepitìo, misurato a un ritmo preciso pel quale aveva ugual valore il suono e la paura. Era una misura del silenzio costretto a esprimere, fra la catena dei suoni, il pensiero degli uomini. Qualcuno comunicava di lassù con altre navi lontane, con le città del continente, per un sempre nuovo prodigio. Le voci degli uomini traversavano i cieli con l’impeto della folgore, chiuse nel mistero di un’onda come in una divina forma invisibile, prese nel seno della rapidità, guizzanti sotto gli astri fra l’ignoto e la volontà dell’uomo.

La nera nave, circondata tutto intorno da miglia e miglia di mare, divisa, dalle città delle turbe, da lunghe catene di monti e da foreste e da abissi, parlava con coloro che vegliavamo per lei e con lei; la sua voce giungeva ai grandi palazzi dagli attoniti occhi scialbi, aperti incontro alla notte e qualcuno, sotto una lampada elettrica, la fronte fra le palme, ascoltava.

Poi si udì il palpito delle macchine farsi più fioco, rallentare. Un bianco baleno rettilineo attraversò la tenebra, la divise e la squarciò fulmineamente, si appuntò ad un’ombra fuggente, l’avvolse tutta quanta nel suo cuore, la disvelò. La nave, colta nel campo del riflettore allentò la rotta, attese. Si udirono voci ingrandite dal megafono e la luce si spense, e ciascuno proseguì per la sua via.

Così trascorse la notte. Su l’alba apparve la lunga teoria dei trasporti. Il mare fu corso da un tumulto e il nome dell’Italia si levò per la prima volta a impero di contro a coloro che l’avevano umiliato e deriso e vituperato negli anni degli anni.

Il giovane aveva vegliato tutta quanta la notte quantunque fosse caduto il suo turno ed egli avesse potuto riposare.

Era giunta la volta attesa ed egli ne era ebbro come di un convegno passionatamente sperato negli anni e invocato con l’ardore e la candida fede dell’anima che s’apre al glorioso amore del mondo per gli occhi e la voce e il palpito di una creatura bella. Ne fremeva e ne avrebbe cantato perchè il suo cuore si chetasse e il suo sangue avesse un ritmo all’impeto fondo e l’anima una sua scia luminosa.

Tale era lo spirito dei marinari d’Italia in quell’alba di battaglia.

L’antichissima terra, insuperata nella gloria, nel dolore e nella tenacia di ferro, mandava il fior delle sue stirpi sul mare; tutti i suoi giovani figli più forti, consacrati al Dio della grandezza di lei, esuli ad una primavera sacra.