L’alba saliva da una violacea foschia addentata ai confini dell’oriente come da una cintura caduta dai fianchi della notte nella sua fuga e il cielo opalescente si volgeva alla grazia novella in un giovine incantamento d’amore.

Tutto era puro e forte come una risurrezione.

Ora più erano eterni gli istanti che separavano il giovine dall’azione, anzichè i lunghi anni della sua cieca attesa quando nulla gli appariva nel poi che non fosse sconforto.

Mutò qualche rara parola con un compagno; attese l’ordine perentorio al quale avrebbe ubbidito senza alcun moto interno che non fosse di assoluto acconsentimento, come ogni umana forza acconsentiva, in quell’alba, all’azione gioiosamente desiderata.

Era l’esuberanza latina, stanca della grigia vita senza bellezza, senza entusiasmo, senza Dio che si scagliava innanzi a rifarsi una strada e un destino, a cercare un ardore altissimo, una bellezza nuova per la necessità di non morire soffocata entro i confini di una miseriola arcigna e sospettosa; era una formidabile volontà di vita non sospettata dai retori, disconosciuta dai fiacchi, dagli scettici, dagli ironici e da tutto il mal seme degli uomini degeneri che si trascinano da giorno a giorno pigramente, in una sbadigliata monotonia di parole e di sorrisi.

E sul mare e nell’alba, il canto del montanaro del vecchio Piemonte e quello del pastore delle Madonnie, si levavano per lo stesso sentimento verso l’ignota terra apparsa dal gorgo della notte col primo palpitar della luce fra cielo e mare.

L’uomo forte ed austero dell’Alpe e il fantasioso pastore dell’isola favoleggiata vibravan per lo stesso amore, ritti su la prora del nero naviglio, intenti all’apparire della fulva terra. E quale altro popolo scendeva cantando alla battaglia? Quale altra anima poteva essere tanto serena all’appressarsi di un dubbio destino? Dalle terre di Gallura alla marina di Metaponto, dai monti di Catanzaro alla pianura del Po e alle alte valli dell’Alpi era disceso il vario fiore della giovinezza italica a offrirsi e si era raccolto intorno alle stioccanti bandiere con a capo l’eromper degli inni che accendono il sangue. Dietro le poche migliaia era il numero enorme. Egli sentiva questo, nella trepida attesa, e la sua superba malinconia ne era irradiata dileguando ogni trascorsa amarezza. Non per altro aveva abbandonato, negli anni, i compagni ignari i quali si imbastardivano in bagordi di femine, paghi della loro scialba vita vanamente vissuta; e tutto aveva sacrificato alla sua virtù fattiva per la necessità di essere qualcuno.

Era nato di famiglia patrizia, solo erede di una fortuna considerevole, signore di ogni sua volontà e di ogni piacer suo. Tutto ch’egli avesse desiderato poteva: godere in libertà, perdersi fra gli ignavi, dimenticare il mondo e i suoi dolori: non essere. Tanti e tanti non erano, larve meschine di genti degeneri che giustificavan l’odio del popolo; vanità pietose rannicchiate fra i ferrivecchi dell’araldica come in una fortezza sublime; pallidi fantasmi da fiaba e non più. Egli non aveva proceduto per la loro via, offeso da una altezzosità sgarbata e da una miseria morale troppo grandi; nè più gli era piaciuto il gesto di qualcuno che usciva ad uccellare con il volto coperto da una sua maschera giacobina; il suo gran cuore d’uomo era stato ferito dalla meschinità dei primi e dalla viltà dei secondi e si era chiuso nella malinconia di chi si sente esule fra i suoi e non vede strada che li avvicini nè ora che li tramuti nel mondo.

E aveva abbandonato tutto. Che ne avrebbe fatto altrimenti della sua passionata giovinezza?

Come vivere e come morire in una grigia uniformità di giorni deserti, pure ascoltando le voci innumerevoli della vita?