Giunsero. Egli discese primo, i compagni gli furono al fianco. Senza attendere il batter di un ciglio li ordinò e si spinse innanzi verso le dune. Nessun ostacolo si frappose. La distanza fu superata in breve. Ed egli sempre era primo, sempre il suo piede segnava l’orma sua innanzi alle altre. A lui doveva toccare il primo urto e la prima insidia come a quello che la fortuna aveva posto più in alto, come a colui che giustifica il suo grado con la forza dell’animo e l’energia conduttrice ed il saldo coraggio.
Dispose gli uomini suoi a difesa, distesi su le dune contro il punto da cui sarebbe giunto il nemico ed attese diritto, disdegnando ogni riparo, offrendosi alla morte con l’impassibile calma di chi ha vinto in sè le forze dell’istinto.
Le lance giungevano e ripartivano. Già si era messo mano ai pontili e la spiaggia era animata da un lavoro rapido e preciso. Altri reparti sbarcavan più lontani, si distendevano fra le dune, ma ancora la difesa sarebbe stata uno sforzo titanico di pochi se il nemico fosse apparso. E appena erano presso la spiaggia le zattere dense di armati che il giovine, diritto e solo su la duna più avanzata, come era diritto e solo il suo nome fra l’ignavia degli ottimati, vide e misurò il primo impeto.
Da un palmeto lontano, nel quale aveva già scorto un denso rimuoversi d’ombre, sbucavano i beduini e si lanciavano innanzi addensandosi come un nugolo. Il giovine si volse a guardare la spiaggia e le dune laterali. Erano pochi ancora e forse, agitandosi il mare sotto un vento repentino, i rinforzi non sarebbero giunti a tempo. Ma che importava? Bastava il manipolo esiguo a fronteggiare la rabida furia. Egli non si rimosse, non si inchinò. Pareva avesse superato cento volte simili ore di spasimo. Attese. Mormorò qualche parola agli uomini suoi. Li predispose all’ultima resistenza.
E d’un subito incominciò la battaglia.
Ora non ho palesato il nome di lui. Egli ne sarebbe impallidito come impallidisce ogni grandezza imprigionata nel fiacco cuore dei più. Sia come l’anima migliore fra la moltitudine, o rimanga nel regno de’ miei fantasmi. Io avrò dette vanità. Ma la sua memoria avrà il nome di una stirpe e di tutta una famiglia umana; ma la sua leggenda correrà il mare e i cantieri, narrata dai nipoti del suo manipolo; si rinnoverà come il vento, come la vela e il remo e come il cuore d’Italia.
Il tempo non fu più misurato se non sul procedere del barbaro nembo. Era una fiumana che avanzava contro una scarsa diga di uomini; ma ciascuno si era votato al Dio della morte ed era incrollabile.
L’impeto fallì; il numero si infranse; la sicurezza dei barbari vacillò. Non erano dunque i figli di ogni viltà coloro che eran discesi alla spiaggia?... I favoleggiati italiani, miserevole gramigna di campi riarsi?
E le bande dei bruti, lanciati alla preda, giungevano correndo, si scomponevano, si riformavano, incitandosi alla ferocia con lo strepito dell’urla.
Ma una corona di dune era insuperabile; ma dietro quella e su quella era la virtù garibaldina della gente del mare. E un uomo solo appariva ai sopraggiunti, oltre il ciglio di una duna, diritto; un uomo, il primo, l’invulnerabile.