Ognuno gli diresse il suo colpo, egli non crollò. Si aggirava sul fronte della sua difesa; pareva avesse l’inconsistenza di un’ombra. A quando a quando si soffermava a rivolger la faccia. E dietro di lui era una barriera di fuoco. Erano caduti a diecine su la barriera vietata da quel solo. E la sua fine era inevitabile s’egli si chiamava uomo, se era schiavo della rossa vita del sangue.
Ma il suo prodigio doveva valer la vittoria. Egli, di sè, aveva ingigantita la sua gente, egli si era moltiplicato in ciascuno, aveva tenuto sul suo solo destino, per un attimo, l’enorme destino di tutto un popolo. Se ripiegava, innanzi che altri giungesse, era il disastro; se cedeva un palmo, se il suo coraggio l’abbandonava, tutto era perduto, per sempre. Doveva morire ma innanzi a tutti, solo e diritto su tutti gli altri, con nella fronte pallida, fra gli occhi fermi, la smisurata volontà di un popolo. E il còmpito titanico gli piacque, la sua superba malinconia ne fu profondamente irraggiata ed egli si sentì sacro nella sua morte che gli era bella come un altare.
Non si rivolse al passato, andò verso il suo certo termine come chi si è liberato da ogni legame umano e ha colto il supremo rapporto fra il suo essere transitorio e l’eterno: fu uno, compiutamente, dall’abisso dell’anima all’aspetto esteriore. E la sua gente l’idolatrò.
Poi quando sentì, alle spalle, l’italico grido dell’attacco e vide procedere in corsa le turbe discese dalle navi e si sentì soccorrere, non volle perdere il primato. Ebbe un grido ed i suoi pochi balzarono in piedi vicino a lui e corsero all’attacco. Ma in quel punto il giovine si inarcò, disciogliendosi il suo legame umano.
Cadde, volse la faccia contro l’Italia lontana e il bianco orrore lo tenne. Era giunto. Su la sua traccia trascorse l’impetuosa vittoria. Fu tutto.
La spoglia di lui ritornò sola ed esangue fra i tristi compagni. Ora, sarà giorno in cui riposerà fra suo padre e sua madre, nei mausolei fastosi, fra i roggi cipressi e riposerà come ogni uomo nei campi della moltitudine; ma l’anima sua sarà sempre divinamente levata innanzi al destino della Patria, come una volontà malinconicamente superba che prima si elesse la morte per la grandezza di una stirpe anzichè tralignare.
L’insidia.
“A tutti gli umanissimi cuori di Europa che ci armarono pirati, che ci vestiron di ferocia, che fecer sentimentale scempio di noi e ci augurarono la disfatta; agli ipocriti di ogni terra e di ogni razza per l’amor che ci unisce.„
La storia, quando segna i suoi periodi classici, non vede che le razze e il loro destino e raro è che raccolga un umile nome e lo incida oltre il confine mortale, nelle sue rupi.
L’ombra da cui sorse, per un attimo, l’uomo gagliardo, ritorna uguale con la morte di lui; quello ch’egli fece scompare nella gesta comune.