Colui che rimase di guardia riprese l’assiduo giro: gli altri seguirono il sopraggiunto. Come furono a una grande tenda illuminata ristettero per ripartire poco dopo, essendosi spontaneamente offerti a un arduo còmpito notturno. S’incamminarono per la notte senza parlare.

Attraversarono l’accampamento fra il sonno comune, fra il ritmo della pace infinita. Da una baracca udirono una voce sommessa, una voce trasfigurata dal sonno, invocare un nome; da una tenda, più oltre, qualcuno rideva di un suo riso breve ed improvviso, interrotto da strane pause in cui nulla si udiva; e la causa di tale gioia sognata era segreta come ogni altra vita notturna. I muli dormivano in cerchio; diritti i più, il muso atterrato e le froge pendule.

Al loro passare qualcuno volse lentamente la testa e sogguardò puntando le acute orecchie. Furono al fonducco. Il giovine berbero era fermo tuttavia nell’atto dell’ignota attesa. Non li guardò, nè si mosse, nè battè gli occhi fermi.

Il soldato di guardia chiese loro:

— Dove andate?

— A Tripoli.

— A quest’ora?

— Sì.

Proseguirono calmi, col loro passo uguale, salendo e discendendo le dune, lungo la pista carovaniera. Le profonde carreggiate su la sabbia segnavan la via sicura.

Non potevano smarrirsi. Anche il fonducco si allontanò e non si udì che il gran palpito notturno intessuto di suoni erranti, di soffii improvvisi, di brividi d’ombra, di una vita che è simile al guizzare degli astri nell’altro cammino. Su tale trama si levavano prossime e remote le strida degli sciacalli.