Andarono senza cambiar parola, il fucile su la spalla; e il cuore aveva il ritmo del passo sicuro.
Nè s’eran desti con la sera, nè avevan rinfrancata la forza loro nel sonno. Fin dall’aurora eran stati nel sole, nel vento, a fianco dei compagni, alla dura fatica, tenaci come il picchio sul saldo tronco, allegri come l’allodola che canta e si veste d’aurora. I loro vent’anni erano come una forza infinita che sempre soprastà ad ogni cura e sempre è pronta oltre il sonno e il riposo. E fra il popolo aspro e torpido delle terre africane, fra le genti imbestialite che s’inebetiscono nel niente e rientrano, vive, nel cerchio delle cose morte, essi passavano come una freschezza di pioggia improvvisa, come un lavacro di purezza e un tumultuar di acque vive su la millenne aridità.
Risposero al richiamo delle ultime sentinelle, scavalcarono i reticolati e le fosse di lupo, furon soli e la città della guerra svaniva nella tenebra.
Non brillò intorno alcun altro chiarore che non fosse quello degli astri. Appena avevano lasciato Ain-Zara che questa parve profondasse in una lontananza incommensurabile. La notte ed il deserto mutavan valore ad ogni distanza, ad ogni sensazione.
Come le prime dune furon dietro le loro spalle la solitudine divenne compiuta. Dovevan percorrere sei chilometri prima di giungere alle trincee di Bu-Meliana, dove sapevano del loro arrivo, eppure era come se partissero per il cammino mortale delle Hammade o degli Edeien. La loro vita dipendeva da un destino più che fallace. Ogni passo poteva condurli all’agguato; ogni ombra poteva essere l’ombra mortale. Andavano per un fantastico paese ignoto su cui ogni cosa viva non potea più che trascorrere. Ma l’anima loro vegliava per gli occhi intenti che già avevano penetrata la tenebra. Or pareva che una luce siderale, immobile e fredda, diffusa come l’alito, scaturisse intorno dalla terra spettrale. E sempre più dilagava senza muover ombre, trasfigurando le cose che in lei sorgevano con profili di sogno.
Era come una fosforescenza di luna sonnolenta, presso a morir fra le nebbie occidue. Gli aspetti diventavan fuggevoli, impalpabili, giuoco di un inganno diverso ad ogni attimo, inafferrabili in un segno preciso.
I due giovani proseguivano calmi, or salendo verso la sommità delle dune come per una via senza compimento che non fosse il punto suo estremo pel cielo; or discendendo nell’interposto solco come in un sepolcro nel cuor della terra. Apparivano, disparivano, senza muover l’eco di un suono, diritti al loro segno. Solo a volte, là dove la furia del ghibli aveva maggiormente sconvolta la mobile terra, i loro passi risuonavano su la roccia con tonfi cupi, alternati da pause. Non si apriva sotto i loro piedi una cavernosa immensità che dava il rimbombo? L’identico pensiero attraversò il chiuso dell’anima loro senza appalesarsi e con questo altri molti: precisi ed informi, vividi e scialbi, di ricordanza e di desiderio.
Giunsero ad uno stagno. D’improvviso su la terra nera apparve una tenuissima fosforescenza animata da più vive luci. Eran le stelle rispecchiate dall’acqua immota. Scansarono una massa oscura, il cadavere di un cammello, riverso sul pendio di una duna. Il collo ed il muso eran contratti in tale arco di spasimo che pareva dovesser schiantare; le quattro gambe intelite non toccavan la terra. Da presso gli giaceva un mucchio di cenci, un basto capovolto, una stuoia e una rete di sparto; poco più oltre era una piccola trincea scavata a furia, con le mani, dal nemico in fuga, e una cosa informe: forse un morto. Non vi posero mente. Ricordavan la giornata della vittoria, la lunga attesa sotto la pioggia, sdraiati nel fango fra il rombare e il frullar dei proiettili, poi i balzi in avanti, l’impeto irresistibile, la fuga delle orde incomposte. Declinava il giorno, si accendevano i fuochi. Gli accampamenti abbandonati ardevano in scoppi improvvisi; si levavano alte, nella calma del vespero, le fiamme e le colonne di fumo.
Ad un tratto Cartesi disse:
— Dov’è la carreggiata?