Volgeva la sera; si consigliavano. Perchè non sarebbero usciti? Forse vivevan tuttavia, forse eran l’uno accanto all’altro, nella gran distesa, dispersi. Perchè non andare alla ricerca? A venti uomini risoluti tutto era possibile e meglio era non ritornare anzichè starsene con un rimorso nell’anima. Risolsero di partire ma non fu loro concesso chè sopravveniva la notte.

Un piemontese gagliardo e testardo preferì gli arresti alla rassegnazione. Che importava agli altri della loro sorte se essi soli avevan deciso? Ma non partirono. Fermi presso le trincee, guardarono il deserto per le feritoie, e la luce moriva e l’aria era rossa come il sangue e la brage.

Una scomposta nuvolaglia si addensava intorno all’astro che discendeva nei cieli ignoti sotto alla terra.

Nessuno parlava più e ciascuno sentiva per la prima volta in cuor suo la vastità della morte, l’immenso valico che resta fra chi trapassa e chi attende al di qua della riva e figge inutilmente gli occhi suoi vani nel poi. Dov’era la voce, il gesto, il comando, il fascino, la grandezza del loro Condottiero? Chi aveva potuto annientare tanta energia e tanta parte di ogni loro virtù, in un baleno? Era egli morto?...

Qualcuno sognò di vederlo ancora; qualche altro lo pensò diritto nella notte dell’interlunio, solo e padrone nel cuor del deserto e dietro lui era l’ombra ridevole, l’ombra tragica e sbilenca del Rosso.

La leggenda sorgeva dal gregge taciturno.

E giunse la notte e pochi preser sonno fra le palme e le norie, nei loro giacigli di sparto.

*

Ora v’era stato un punto nella battaglia, un punto di incertezza in cui conveniva risolvere un dubbio per decidere l’azione più valida e far volgere le sorti propizie.

Un fonducco nel quale si eran riparati gli arabi a tutta prima, battuto poi dalle artiglierie, era apparso deserto con le sue enormi brecce sui muri pencolanti; ma conveniva esserne certi per tentare l’avvolgimento dell’ala nemica avendo sicure le spalle.