La giovinezza del popolo andava innanzi a loro; la fatalità di un disegno storico li sospingeva al sacrificio. Morirono e lo squallore delle anime non seppe la bellezza e la grandezza del toro gesto. La trepidante ansia dei governanti deprecò la loro morte. Non si voleva agire. L’Italia, bollata dalla secolare servitù, impaurita dalle sue ultime disfatte sul campo di battaglia, sbigottita dal disastro di Lissa che era, nei secoli, la sua prima pagina ingloriosa sul mare, era renitente al suo Destino, si umiliava per non seguir la sua via. Non ardì quand’era tempo, non si rimosse quando altri le apriva la strada, si condusse da schiava ne’ suoi rapporti con le Nazioni, volle passar come l’ombra, essere nulla e nessuno per non trovarsi di fronte al pericolo e vi riuscì. Si salvò perchè necessaria ad un equilibrio di forze, ma l’anima sua si immiseriva sempre più. Ebbe uomini d’accatto che per la loro timidezza politica le tolsero anche l’ultima dignità. Cadde in dispregio. Le sue glorie nazionali si offuscarono. Ma il fato la premeva e dovette ubbidirgli.

Così mentre era stata facile giuoco della Francia dapprima e si era rifiutata di seguir l’Inghilterra poi e, accecata dalla più grande insipienza politica e da un vergognoso timore, aveva trascurata la sua migliore fortuna, si decise ad entrare in campo meschinamente acquistando una piccola terra nell’Africa lontana.

Agì come colui che rasenta i muri e segue l’ombra dei viottoli. La sua incorreggibile umiltà le vietava la strada a fronte serena, in pieno sole. Agli irresoluti è serbato sempre il cammino più aspro.

E ancora, alla dolorosa terra mancò l’accorgimento. Si volle e non si volle. Si ubbidì all’Inghilterra stretta dal Madhi a Karthum, le si promise aiuto senza provvedere nella misura necessaria all’aspro còmpito, e quando l’Inghilterra, dopo un tragico eccidio, desistè dal suo disegno, si ricadde nell’irresolutezza avviliente. Si lesinarono i mezzi, si lasciarono uomini quasi indifesi, si preparò Dogali.

Con Dogali ebbe principio una tragedia ed un’alba. Da allora si iniziarono le conseguenze inevitabili della timidezza nostra ma si dimostrò anche il nerbo delle nostre genti.

Ciò che fu guardato a vergogna ci doveva insuperbire. Non si perde quando una gente muore come morirono gli uomini di De Cristoforis.

Ricordiamo il rapporto del capitano Tanturi: “.... Dietro la cresta del monticello superiore vidi l’immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati.„

Se l’inettitudine dei governanti procacciava la sventura dell’Italia, i suoi soldati le accrescevan fierezza. Ma altro doveva sopraggiungere. Avemmo nemici di fronte e nemici nell’ombra, questi forse più temibili di quelli perchè il loro giuoco era subdolo e colpivano alle spalle. Ancora non ci sapemmo destreggiare. La nostra impresa si imbattè in un nuovo ostacolo ogni giorno. Mentre per raggiungere il fine necessario sarebbe occorsa la maggiore concordia, il paese era dilaniato dalle fazioni. I soldati partivano fra il silenzio e le grida sediziose; l’anima del popolo non li accompagnava. E si giunse ad Adua. Ma la vergogna non fu nella fatale disfatta, fu nell’atteggiamento che ne seguì. Raumiliati ci imponemmo il silenzio e si lasciò crescere la leggenda della nostra viltà. Di questa si valsero i demagoghi all’interno, gli ipocriti amici e gli aperti avversari all’estero. Nessuno più ci temette e fummo vassalli nelle alleanze, schiavi nelle amicizie. Pareva la compiuta rovina e, per una gente d’altra tempra, forse non vi sarebbe stato riparo; ma nessuno sapeva il cuore delle stirpi italiche.

Come non si parlò più di Adua e si temette di sentirla menzionare dimenticando tutti gli eroi che anche nel disastro avevano tenuto alto il nome della loro patria, così non si badò all’umile, al paziente, al tenace lavorio del popolo che veniva preparando un’êra nuova. Il settentrione con le industrie, il mezzogiorno con l’emigrazione risollevarono l’Italia. Si compì nel silenzio un’impresa colossale. Le gigantesche colonne furono risollevate a sostenere le nuove arcate; turbe macilente vi si adoprarono notte e giorno; tutti dal primo all’ultimo figlio di questa terra benedetta, dettero un poco del loro sangue; fu un’opera anonima ed insigne; un popolo antichissimo e nuovissimo lavorando e morendo, ricreava il suo Tempio e il suo Nume. L’opera volle le sue vittime, e furono migliaia. Dietro il Tempio fu il campo dei morti. Unico sacerdote, il silenzio. Sempre il Silenzio; ma i popoli sani non cianciano, creano. E dall’operoso mare delle turbe non aggallarono che le scorie; su le spiagge non si videro che i rifiuti, dal raccoglimento taciturno non si levò che lo strido dei nibbî. E chi ascoltò si illuse ancora. Chi ascoltò vide un’Italia dilaniata dalle fazioni, immemore, scettica, spiritualmente impoverita, trattenuta da mille pastoie, incapace di un’azione concorde. La parte migliore del popolo sfuggiva all’analisi. Il sentimento nuovo, serpeggiante per le anime, non si appalesava se non per rade e inascoltate voci. La gente che avrebbe mirato a un apogeo era uscita appena dagli ipogei; ma quando dalla torre millenaria suonò l’ora storica, il rombo fu seguito da un grido inusitato. Il popolo multanime rompeva il suo silenzio, si faceva innanzi, si scagliava alla luce. Il Tempio, se non compiuto, era giunto a’ suoi fastigi. E la lotta incominciò.

*