Ora della guerra che segna nel nostro cammino un assurgere dello spirito collettivo e il formarsi di una individualità nazionale io ho raccolto qui qualche aspetto.
Se l’arte è mancata mi valga il grande amore che mi costrinse all’opera.
Adoratore di ogni forma di energia, ho cercato di esprimere la potenza energetica degli uomini e dei fatti. Ho osservato ed ho amato, serrandomi entro una severa misura.
Certo non è qui che un pallido soffio delle ore del magnifico entusiasmo. Queste ebbero il loro Grande che le cantò. Ricordo il commovimento ineffabile che passava, alle trincee, pei crocchi intenti alla lettura di una nuova Canzone. Erano volti di fanciulli e di eroi, cuori incorrotti, anime di fede. Si protendevano ad ascoltare con negli occhi una smarrita letizia. Sentivano la grande voce della Patria attraverso l’anima del suo Poeta. Forse la bellezza di questa compiuta unità di un popolo non si intende tuttavia. Il genio della stirpe accomunò allora il più grande al più umile e non vi fu disarmonia nessuna. Ogni cosa meschina: gli odî, i livori, le basse brutture non furono più, parve non fossero state mai. L’Italia non aveva che il suo destino. Era sorta e camminava.
Ma è appunto l’antitesi violenta fra l’oggi e l’ieri che non deve farci dimenticare. Vi sono altre tombe lungo la via, sulle quali non è stato mai il fior di un ricordo.
Rivolgiamoci; qualcuno parlò che non fu inteso. Riapro il libro. È un soldato che narra: Nicola D’Amato. Ascoltiamo:
“Penso a quel giorno fatale.... Rivedo i miracoli di quei soldati degni di miglior fortuna; rivedo il generale Dabormida, il colonnello Airaghi, il capitano Mottini. Lasciarono sul campo di Adua il loro nome scritto col sangue.
“Era il momento supremo e gli ultimi sforzi, gli estremi prodigi di valore si compivano dalla brigata, per coronare quella giornata con la vittoria.
“Dopo un combattimento come quello sostenuto dalla brigata Dabormida, non si poteva perdere: il grido di vittoria, che, già entusiasta, saliva lungo le creste del monte Mariam-Sciavitù, pareva che, insistente, chiedesse nella valle una eco nel grido: Italia! Savoia!... I petti ansavano forte, le palle non si temevano più, quando un fremito ci corse per le vene: la tromba batteva la ritirata!„
E più oltre: