Muta, ansante, disperata saliva la colonna dei vinti su per l’altura ed io ero alla coda di essa. Fu su quell’erta che la brigata combattè l’ultima volta, mentre gli eroi ricevevano il battesimo del sangue dall’angelo della morte. Fu quella una battaglia accanita, selvaggia: quattro pezzi di artiglieria vomitavano mitraglia, seminando il campo di morti: quattro pezzi più in su, con tiri precisi, proteggevano dall’assalto i cannoni sottostanti che prendevano frattanto posizione salendo, tratti su a forza di braccia. Più in alto ancora, il fuoco ben nutrito dei fucili si manteneva ordinato come in piazza d’armi. Tutto era un finimondo. La coda della brigata si batteva calma contro i nemici vicini, tanto che potei servirmi della rivoltella ottenendo buon risultato. I neri, impassibili innanzi alla morte, venivano come il destino a strapparci l’ultimo brandello della vittoria.

“.... Ho ancora presente, con un ricordo lucidissimo, il capitano Mottini, il quale, dopo aver ridotto al silenzio i cannoni abissini, guardava col cannocchiale l’effetto prodotto da’ suoi colpi che sfollavano il nemico. Notavo con meraviglia l’impassibilità di quell’ufficiale.

Mottini, suonata la ritirata, cessò il fuoco esclamando:

“— Se perdo la batteria non torno più in Italia!

Poco dopo cadde, riverso tra i suoi cannoni.

“.... Saliva affannosamente per l’erta un tenente con la sua ordinanza. Il soldato era un siciliano. Il tenente, ferito, cercava afferrarsi alla roccia e il soldato lo spingeva, lo strappava, lo contendeva al pericolo; e, mentre l’uno si fermava un istante per acquistare lena e riposare, l’altro caricava il fucile e faceva fuoco. Poi, chinava sul ferito uno sguardo fraterno come per incoraggiarlo. Piangevano! Il tenente, affranto, con la destra sul cuore e l’occhio velato, pregava il soldato perchè si salvasse.

“— Non voglio! — rispose costui scrollando la testa.

“— Vattene! — gli ingiunse il superiore.

“— No, — rispose l’altro risoluto.

“— Ma.... io non posso andare avanti!